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Magari sarà pure quel salto di qualità per andare alla conquista dell’Occidente. Ma forse, la quotazione di Catl a Hong Kong, nasconde altro. Breve riassunto. Nei giorni scorsi, il principale produttore mondiale di batterie per le auto elettriche, già quotato alla Borsa di Schenzen, ha annunciato il suo sbarco sui listini di Hong Kong a partire dal prossimo 20 maggio, attraverso una Ipo che le permetterà di raccogliere fino a 4 miliardi di dollari. Operazione di grosso calibro, senza ombra di dubbio e finalizzata a raccogliere altro denaro da mettere a disposizione di un mercato, quello cinese delle batterie, che potrebbe riscrivere gli equilibri mondiali della mobilità elettrica.

Oggi Catl produce oltre un terzo delle batterie per auto elettriche vendute nel mondo, tra cui quelle utilizzate da Tesla, Mercedes-Benz, Bmw, Honda, Hyundai e Volkswagen. Ora però è tempo di alzare il tiro, imbarcando nuovi azionisti (di cui alcuni americani) e puntando così a un bottino multimiliardario per finanziare la sua continua espansione internazionale, in particolare in Europa. Un progetto che comprende una fabbrica su larga scala in Ungheria, progettata per rifornire importanti clienti del settore automobilistico come Mercedes-Benz, ma anche il potenziamento del sito produttivo in Turingia, nel cuore della Germania industriale.

Fin qui i piani di espansione finanziaria e commerciale. C’è però un’altra verità. Dietro la gigantesca operazione, che dovrebbe portare all’ingresso nel capitale della compagnia petrolifera cinese Sinopec, del fondo sovrano kuwaitiano Kuwait Investment Authority, della società di investimento asiatica Hillhouse Capital, del gruppo assicurativo Taikang Life e diversi fondi governativi cinesi e persino di alcune banche d’investimento statunitensi, tra le quali JpMorgan e Bank of America, nonostante la contrarietà di una parte del Congresso americano, potrebbe esserci la volontà di sganciarsi dal controllo asfissiante di Pechino.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times, “la vendita di azioni al mercato sarà la più grande del suo genere a livello globale finora quest’anno e per Robin Zeng, fondatore di Catl l’Ipo a Hong Kong segna il culmine di uno sforzo di anni per accedere ai capitali stranieri per finanziare piani per un’aggressiva espansione all’estero”. Ma non solo, c’è forse voglia di cambiare aria. “Il denaro raccolto in Borsa sarà utilizzato per finanziare la sua base manifatturiera ungherese, inclusi 11 miliardi di dollari in attività estere nette, ma la filosofia dell’operazione è anche diversificare la base degli azionisti, portare istituzioni internazionali straniere nel capitale e diventare un’azienda molto più rilevante a livello globale”.

Tradotto, mettersi in pancia soci stranieri per alleggerirsi del fardello del partito. “Portare gli investitori internazionali per contribuire a stabilire una piattaforma di azionisti offshore rimane necessario”, i legge ancora sul quotidiano inglese. La quotazione, insomma, “offre agli investitori internazionali la possibilità di scommettere sul potenziale del gruppo quotato a Shenzhen all’avanguardia in una tecnologia chiave e in rapido sviluppo”. E magari con meno Cina dentro.

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