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Le dichiarazioni del segretario alla Difesa americano Pete Hegseth al gruppo di contatto per l’Ucraina e la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin segnano un punto di svolta significativo nel conflitto ucraino, delineando nuovi scenari geopolitici che ridisegneranno gli equilibri internazionali.

L’amministrazione Trump sta attuando un deciso riorientamento della politica estera americana con un cambio di rotta strategico. Il messaggio di Hegseth è chiaro: gli Usa non possono più essere il principale garante della sicurezza europea, dovendo concentrare le proprie risorse sulla competizione con la Cina nel Pacifico e sulla sicurezza dei propri confini. Questo cambio di paradigma si manifesta in tre punti chiave: l’abbandono dell’obiettivo di ripristinare i confini pre-2014 dell’Ucraina, il rifiuto di dispiegare truppe americane sul territorio ucraino e l’esclusione dell’adesione di Kyiv alla Nato.

Per Mosca, le recenti dichiarazioni rappresentano un passo avanti diplomatico. L’invito di Putin a Trump per negoziati a Mosca e il riconoscimento implicito dell’impossibilità di un ritorno ai confini pre-2014 sembrano confermare la strategia del Cremlino. La Russia potrebbe ottenere il riconoscimento de facto del controllo sui territori occupati, pur dovendo accettare garanzie internazionali per prevenire future escalation.

Kyiv si trova di fronte a scelte difficili. La telefonata tra Zelensky e Trump suggerisce che l’Ucraina potrebbe essere costretta ad accettare compromessi territoriali in cambio di garanzie di sicurezza internazionali, anche se non sotto l’ombrello Nato. La “conversazione significativa” citata da Zelensky indica la consapevolezza della necessità di adattarsi alla nuova realtà geopolitica.

Ma le implicazioni più profonde riguardano l’Europa. Il messaggio di Hegseth è inequivocabile: gli europei devono assumere la leadership della propria sicurezza. La richiesta di aumentare la spesa per la difesa al 5% del Pil (ben oltre l’attuale obiettivo Nato del 2%) e l’enfasi sulla necessità di una maggiore autonomia europea nella produzione di materiale bellico segnalano la fine dell’era della dipendenza strategica dagli Usa.

Il riallineamento strategico in corso apre una fase di profonda trasformazione degli equilibri internazionali. La credibilità dell’Alleanza Atlantica, pilastro della sicurezza europea dal dopoguerra, dovrà essere completamente ridefinita. Gli Stati Uniti chiedono esplicitamente una nuova “divisione del lavoro”: Washington manterrà il proprio impegno nucleare e la propria presenza navale, ma l’Europa dovrà assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale del continente. Questa transizione richiederà non solo maggiori investimenti, ma anche un ripensamento delle strutture di comando e delle procedure decisionali all’interno della Nato.

L’Europa si trova davanti alla sfida più complessa: sviluppare in tempi relativamente brevi capacità militari autonome credibili. Questo significa non solo aumentare la spesa per la difesa al 5% del Pil come richiesto da Trump, ma anche costruire una vera industria europea della difesa. Le attuali frammentazioni nazionali, le duplicazioni di programmi e le inefficienze dovranno essere superate rapidamente. Sarà necessario sviluppare programmi comuni per carri armati, aerei da combattimento, sistemi di difesa aerea e, soprattutto, per la produzione di munizioni, la cui carenza si è rivelata critica durante il conflitto ucraino.

Il periodo di transizione verso questa nuova architettura di sicurezza presenta rischi significativi. La Russia, percependo un potenziale vuoto di potere durante la fase di riduzione della presenza americana, potrebbe essere tentata di testare la determinazione europea. Non necessariamente attraverso azioni militari dirette, ma più probabilmente attraverso una serie di provocazioni ibride: cyberattacchi, disinformazione, pressioni energetiche o azioni destabilizzanti nelle aree di confine. La capacità europea di rispondere in modo unitario e deciso a queste sfide sarà cruciale per stabilire la credibilità della nuova architettura di sicurezza.

L’Ucraina si trova nella posizione più delicata. La necessità di raggiungere un accordo di pace che ponga fine alle sofferenze della popolazione deve essere bilanciata con l’imperativo di preservare la sovranità nazionale. Kyiv dovrà probabilmente accettare dolorose concessioni territoriali, ma in cambio avrà bisogno di solide garanzie di sicurezza internazionali. Queste non includeranno l’adesione alla Nato, come chiaramente indicato da Hegseth, ma potrebbero prevedere un nuovo formato di peacekeeping multinazionale, principalmente europeo, con robusti meccanismi di verifica lungo la linea di contatto.

Gli eventi di oggi segnano l’inizio di una nuova era nelle relazioni internazionali. L’Europa si trova di fronte alla sfida più significativa dalla fine della Guerra Fredda: costruire una vera autonomia strategica mentre gli Stati Uniti riorientano le proprie priorità verso l’Indo-Pacifico. Il successo di questa transizione dipenderà dalla capacità europea di trasformare la necessità in virtù, sviluppando finalmente una vera politica di difesa comune e un’industria militare all’altezza delle sfide future. Per l’Ucraina, si profila un compromesso doloroso, mentre la Russia potrebbe vedere confermati alcuni dei suoi obiettivi strategici, pur dovendo accettare limitazioni alla sua libertà d’azione futura nella regione.

Il focus Usa è sul Pacifico, ora tocca all’Europa difendersi. La lettura di Caruso

Di Ivan Caruso

La lunga telefonata tra Trump e Putin e le dichiarazioni del segretario alla Difesa americano Hegseth segnano una svolta epocale negli equilibri mondiali. Gli Stati Uniti si preparano a ridurre drasticamente il proprio impegno militare in Europa per concentrarsi sulla sfida cinese nel Pacifico, mentre Mosca vede aprirsi nuovi spazi di manovra diplomatica. L’Ucraina dovrà probabilmente accettare dolorosi compromessi territoriali in cambio di garanzie di sicurezza, ma è l’Europa a trovarsi di fronte alla sfida più grande: costruire in tempi rapidi una vera autonomia strategica e difensiva. L’analisi del generale Caruso, consigliere militare della Sioi

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