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A forza di parlare di “centro” senza aggettivi, ossia senza ancoraggio a un pensiero, a una identità, si è scatenata la corsa ai centri dei soliti noti, in particolare, in un tempo di profondo distacco e mancanza di rappresentanza proprio dei cattolici, per spacciarsi “cattolici” addirittura, a schema politico invariato, cioè polarizzato e distonico rispetto a sane dinamiche democratiche e alle famiglie politiche europee, parlando di un protagonismo perso da almeno un quarto di secolo, declino guidato da questi stessi interpreti di plurideclinate politiche di centro, in una sorta di corto circuito a cui si collega la speranza della smemoratezza di militanti delusi e degli elettori.

La questione Ruffini, presentato come una sorta di sconosciuto salvatore della corrente del Pd facente capo a Delrio è stata liquidata in una sua intervista dal compagno di partito Franceschini: più che le incongruenze del discorso del primo, che dovrebbe ripassare il significato e l’applicazione pratica della da lui citata “maggioranza Ursula”, sono interessanti le considerazioni del secondo, sempre esponente del massimo pragmatismo come ai tempi del sostegno alla liquidazione del Partito Popolare Italiano la cui esistenza comportava un bagaglio valoriale preciso.

Infatti l’ex ministro della Cultura e grande sostenitore della segretaria Schlein sembrerebbe prendere atto del fallimento dell’aspirazione bipartitica del prodismo (riesumato de facto nell’iniziativa col primo in una sorta di ritorno in auge di quelli che son stati anche definiti “cattoconsulenti”) facendo un discorso che si potrebbe definire opportunamente “proporzionalista” e “parlamentarista” parlando di desistenze e corse elettorali separate per poi ritrovarsi. Ora, se tale discorso è mera tattica, sembra però da non lasciare cadere perché intuisce che la crisi del sistema politico italiano, fondato su un progressivo restringimento della rappresentanza e conseguentemente della partecipazione – impossibile parlare seriamente della seconda staccandola dalla prima, rimarrebbe solo un esercizio retorico – rischia di trasferirsi a quelle istituzioni repubblicane che fino ad oggi, dimostrando la saggezza dei padri costituenti, hanno retto e sopperito: indizi sono l’apertura della lunga corsa per l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica che parte dalla precedente necessità, dovuta a una classe dirigente in parte notevole impreparata, di rieleggere Sergio Mattarella e l’impasse ormai troppo prolungata sui giudici costituzionali.

Si potrebbe ragionare del fallimento del tentativo di salvare la polarizzazione politica, un bipopulismo di destra sinistra all’italiana attraverso ennesime riforme costituzionali, ma la cosa appare opportunamentesu un binario morto. Tutto ciò detto, è evidente che ci sia bisogno innanzitutto di strategia, di visione, dunque di pensiero politico e il popolarismo è il migliore elaborato dai cattolici ma va salvaguardato non solo dal tradimento di Sturzo con la divaricazione tra esso e il centrismo ma anche da formule politiciste ed astratte.

Per quanto riguarda le prime basti pensare alla leggenda del “prepolitico” dei cattolici cui già anni fa veniva contestato uno dei principali resistenti e pensatori popolari, Alberto Monticone: il prepolitico era, dicevano, l’ambito della formazione per poi distribuirsi in ogni dove politico per ritrovarsi sui valori, facendo forum o reti (negli anni i nomi sono stati tanti). Se preso seriamente questo non sarebbe altro che “neoruinismo” in assenza della mente fine del Cardinal Ruini, altrimenti ci si troverebbe di fronte solo a un ennesimo camuffamento di un qualche pezzo o sottocorrente che contribuirebbe, come al solito, solo a difendere un’utilità marginale derivante dalla difesa della frattura fra cattolici che ha contribuito alla disaffezione dalla politica.

Per le formule astratte occorre annoverare quella di “neosturziani”, apparsa in tentativi tenuti in vita artificialmente rispetto al popolo, che non dice nulla e probabilmente l’intenzione potrebbe essere questa, perché? Perché non contempla il pensiero sturziano che, come ricordato dal filosofo Rocco Buttiglione in una conferenza organizzata dal Centro studi Tocqueville-Acton in vista dell’anniversario dell’Appello ai “Liberi e Forti” di quest’anno, sul tema “quale spazio per la cultura cattolico liberale e popolare nell’attuale fase politica?”, comporta partire da una domanda precisa, quale ruolo non subalterno possono svolgere i cattolici nello scenario odierno problematizzando, nel senso di ritrovare il metodo, i cardini di tale pensiero, ossia partito, popolo, democrazia.

Insomma il popolarismo o è animato da un metodo politico o non è se stesso e chi prescinde dai tre cardini non è sturziano. Un banco di prova importante per ricucire i popolari, che sono stati un popolo organizzato – questo rimane ed è sana nostalgia per il futuro insieme all’urgenza del riattivare il testimone verso i giovani – e ritrovare l’unità intorno ai valori della Dottrina Sociale della Chiesa nell’alveo del Ppe come indicato da papa Francesco e pure nell’internazionalismo democratico cristiano, è la capacità di coniugare cultura della pace e della vita da cui discende anche la visione economica solidale. La prima si lega alla tradizione dei grandi democristiani De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, Colombo, la seconda fa osservare con sconforto la sfida della regione Toscana con un tentativo di legge sul suicidio assistito forzando la mano al legislatore nazionale e il triste ordine sparso di laici più che in rete, reticenti.

Ha ragione Paolo Cirino Pomicino che in una recente intervista apparsa su La Verità ha detto: “Ogni tanto si inventano il centro, come fosse un segnale stradale. Non vanno lontano … c’è un unico modo per rifondare il centro: avere il coraggio di definirsi ‘popolari’, l’unica cultura storicamente equidistante da destra e sinistra … è l’unico segnale che testimonierebbe la sopravvivenza di una cultura politica, come avviene in Germania o in Austria. Finché non si definiranno popolari, quelli che dicono di rifare il centro sono solo comitati elettorali … Ciriaco De Mita diceva: il popolarismo è l’unica forza storica che non è usurata dal tempo. Dovremmo prenderci la briga di ritornare alle grandi famiglie politiche europee. Una volta chiesi a Veltroni chi fosse e lui mi risposte ‘sono un democratico’. Ma che vuol dire? … la parola Pd non ha senso, esiste solo in Italia: abbiano il coraggio di chianmarsi ‘socialisti’, come i loro colleghi europei, Forza Italia, Italia viva, FdI, per me sono nomi senza senso, come i prodotti in vendita in un centro commerciale”.

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C’è bisogno innanzitutto di strategia, di visione, di pensiero politico e il popolarismo è il migliore elaborato dai cattolici. Va salvaguardato non solo dal tradimento di Sturzo con la divaricazione tra esso e il centrismo, ma anche da formule politiciste ed astratte. L’opinione di Giancarlo Chiapello

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