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L’ex giornalista della Tv statale russa Dimitri Skorobutov, durante una conferenza organizzata a Maastricht per alcuni colleghi, ha raccontato come il Cremlino abbia voluto dare un imprimatur alla copertura dei media russi sulle presidenziali americane del 2016 (la storia era già stata pubblicata a giugno, in russo, da Radio Liberty, media del governo americano: da lì gli organizzatori dell’incontro olandese della settimana avevano contattato Skorobutov). La questione è interessante, primo perché si inquadra all’interno del contesto del Russiagate, la maxi-inchiesta che il dipartimento di Giustizia e le Commissioni congressuali stanno conducendo sulle interferenze russe (già confermate dalle intelligence) durante le elezioni del novembre scorso; secondo perché offre un altro spaccato su un genere di attività – la guerra informativa, il trolling, l’astroturfing governativo – che ormai è diventata un marchio di fabbrica, come ha evidenziato anche un recente report dell’Atlantic Council, con cui Mosca cerca di influenzare a proprio vantaggio il corso della vita democratica di altri Paesi.

LE INDICAZIONI PRO-TRUMP…

Skorobutov racconta un sistema molto sottile di controllo dei contenuti: c’è uno staff che lavora sopra a tutti (lui era un editor del programma di notizie giornaliero “Vesti”) e sa bene quali sono gli argomenti da evitare o quali altri calcare (“Ogni evento” che coinvolge il presidente o il primo ministro deve avere copertura benevola, ogni fatto brutto, incidenti, proteste, attentati, critiche, deve passare prima diversi vagli ed essere trattato con certe sfumature, se non direttamente sottoposto a embargo-media). Questo sistema generale è stato applicato durante le elezioni americane, anche attraverso le pubblicazioni che escono in inglese, in modo da essere diffuso a livello globale e arrivare a toccare pure gli elettori americani. Ma durante le presidenziali le indicazioni erano meno sottili del solito: il giornalista racconta che a lui e ai suoi colleghi gli fu indicato espressamente di “trattare Trump in modo positivo e il suo avversario, Clinton, in modo negativo”. A volte erano telefonate dirette agli editor, altre volte spiegazioni faccia a faccia: se Trump otteneva feedback positivi da una conferenza, usciva un pezzo di sicuro, se diceva castronerie non se ne parlava; se c’era qualcosa di Hillary che poteva essere attaccato, “si sottolineava”. Per esempio: durante la conferenza il giornalista ha aperto un documento che trattava la guida per come coprire in modo feroce il malore avuto dalla candidata democratica il 9 agosto 2016. Skorobutov ha raccontato che tra le élite del Cremlino circolava lo slogan “Trump è il nostro presidente”; la Duma brindò con lo champagne alla vittoria dell’8 novembre, e la televisione in cui lavorava mandò in onda molte immagini di quella festa elettorale per il repubblicano organizzata a Mosca.

E IL SISTEMA MEDIA PRO-PUTIN

Sul New Yorker, Ryan Lizza (uno dei più esperti giornalisti politici americani) scrive a proposito di quanto raccontato da Skorobutov: “Escluso Fox News, nessun altro ha lavorato duro come Rossiya, la tv statale russa, per spingere Donald Trump e denigrare Hillary Clinton“. L’inchiesta, che per la Giustizia è condotta dal procuratore speciale Robert Mueller, sta indagando anche su eventuali collusioni tra il piano d’interferenza russo e il candidato repubblicano; e via via escono nuove informazioni su questi link.  Il giornalista russo racconta che quando iniziò a lavorare nel 2000, la sua idea era che tutto quello che usciva dalle televisioni, anche frutto della narrativa putiniana, fosse “per il bene del paese” (parla di media indipendenti e di completa libertà d’espressione in quel periodo), poi furono le proteste del 2011-2012 a cambiare le cose: “Fu introdotta la censura”. (Interessante sottolineatura di Lizza: “Alcuni potrebbero notare che questa è una cronologia autonoma, poiché lo smantellamento della democrazia di Putin iniziò molto prima del 2011, e [comunque] Skorobutov rimase alla Tv di stato durante e dopo l’annessione della Crimea e la guerra nell’Ucraina orientale, quando la propaganda mediatica russa era particolarmente nociva”).

PUTIN ALLA FINE HA FALLITO

Full disclosure: il tipo è particolare, avvolto da strazi morali, alla fine è stato licenziato lo scorso anno per rissa, dopo essere stato aggredito da un collega ubriaco, aggressione secondo lui coperta dal Cremlino; però secondo la sua opinione l’idea del Cremlino di sostenere una candidatura potenzialmente amica è sfumata del tutto con il bombardamento americano contro il regime siriano di aprile, rappresaglia per l’attacco chimico di Khan Shaykun. Le loro (del Cremlino) idee, dice il giornalista a Lizza, “erano sbagliate perché non prendevano in considerazione il sistema politico e la mentalità degli Stati Uniti. Le autorità russe speravano, letteralmente, di comprare Donald Trump, usando tangenti e trucchi. Ma hanno fallito”.

Come funzionava la copertura media delle televisioni russe pro-Trump

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