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La data ormai è fissata ufficialmente. Per la prima volta nella storia del Medio Oriente un patriarca maronita, nello specifico il cardinale Beshara Rai, visiterà la capitale saudita, Riad. Nell’occasione, è stato confermato, incontrerà anche il primo ministro libanese dimissionario, Saad Hariri. Alla storicità dell’evento religioso si aggiunge così l’enorme rilievo politico-contingente. Giorni fa infatti su The Atlantic uno stretto ex collaboratore di Barack Obama, Robert Malley, ha per primo parlato di “auto consegna ai sauditi” del giovane Hariri, un tempo loro “uomo di fiducia” a Beirut.

Dunque la visita del cardinale Beshara Rai avrà enorme rilievo per l’incontro con il re, probabilmente con il principe della corona Muhammad bin Salman (nella foto), e con il “premier bloccato a Riad”.

Non è il primo viaggio di portata “storica” del patriarca Beshara Rai. Sempre lui è stato il primo patriarca maronita a visitare Damasco, in un momento cruciale del conflitto siriano. La sua visita pose termine al gelo tra Damasco, che non ha mai riconosciuto realmente la sovranità del Libano, e il paese dei cedri, storicamente ritenuto dalla Siria un’impresa coloniale a trazione franco-maronita, ma soprattutto allineò il capo della più influente Chiesa cattolica in Medio Oriente con le priorità del regime di Assad. Ora è chiamato a svolgere un ruolo decisivo, ma per il suo paese. Di tutto infatti può essere imputato l’irruento principe della corona saudita tranne che del passato. E il passato ci dice che quanto meno dalla fine dell’occupazione israeliana del sud del Libano, l’anomalia più volte a quel tempo denunciata dalla Chiesa maronita della permanenza in armi di una solo milizia confessionale, Hezbollah, è diventata un’incongruenza, o per meglio dire una metastasi nel corpo fragile ma importantissimo della democrazia consensuale libanese.

Non ha esagerato Hariri, sotto dettatura saudita, a definire Hezbollah uno stato nello stato. Lo si è visto in molte occasioni, addirittura eclatanti: dopo l’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri, per il quale cinque suoi operativi sono stati rinviati a giudizio dal Tribunale Internazionale, nel 2006 scoppiò la guerra con Israele e il conflitto riguardò tutto il Libano, ma a deciderlo fu Hezbollah, con un’azione intenzionale dei suoi miliziani in territorio israeliano. Perché? Per cancellare dall’immaginario politico libanese il peso enorme dell’assassinio di Hariri padre.

Poi c’è stata l’occupazione militare di Beirut da parte di Hezbollah, che mise sotto assedio le abitazioni dello stesso Hariri e del leader druso Jumblatt. Si arrivò così alla ridefinizione di un patto che dava a Hezbollah i numeri nel governo per bloccare qualsiasi decisione sgradita. Poi è arrivato il 2011, la guerra di Siria, quando il Libano decise la linea della neutralità nel conflitto siriano. Neutralità del Libano, ma non di Hezbollah, che pure era parte di quel governo, ma che con i suoi miliziani è stata parte decisiva del conflitto. Ora Hezbollah, oltre al suo esercito privato e alla minoranza di blocco nell’esecutivo, ha anche un suo strettissimo alleato alla presidenza del Libano, il maronita Michel Aoun. E così Beirut è pronta a diventare il terminale sul Mediterraneo di quel “corridoio sciita” che la unisce a Tehran passando per Damasco e Baghdad senza trovare un leader che non sia espressione del patto con i Pasdaran. L’obiettivo, ormai raggiunto, è stato perseguito con coerenza, astuzia e ferocia nel corso di decenni, è costato la vita a Rafiq Hairiri e a un’infinità di democratici assassinati, a cominciare da quegli intellettuali cristiani ammazzati per le strade di Beirut subito dopo Hariri, nel 2005.

Ora il giovane e irruento bin Salman di fatto rimprovera al suo “fedele alleato libanese”, Saad Hariri, di aver eletto presidente del Libano un alleato di Hezbollah, di aver consegnato a questo blocco di potere i più importanti dicasteri nazionali, di essersi occupato solo di risanare i debiti del suo traballante impero con una gestione economica sconsiderata, finendo col fare, di fatto, del suo governo una copertura di Hezbollah e del suo espansionismo.
Non si può rimproverare personalmente a Bin Salman lo sconsiderato tradimento saudita della rivoluzione siriana, messa in mano a gruppi tanto estremisti quanto corrotti, né la catastrofe irachena, dove tribù imparentate con i Saud hanno accettato l’ingresso dell’ Isis per paura dei Pasdaran. Ma certo l’incapacità saudita ricade su di lui. La sua scelta oggi appare chiara: la crisi si potrebbe risolvere con un esecutivo senza Hezbollah, ma è chiaro che Hezbollah non accetterà. Si potrebbe risolvere con un esecutivo di tecnici, ma anche questo Hezbollah non lo accetterà.

Allora, dicono a Beirut, a bin Salman non resta che immaginare un Libano senza governo: ecco perché “trattiene Hariri”. Sta a Beshara Rai tendere il ramoscello d’ulivo dimostrando che i cristiani hanno capito che prendere parte in un conflitto tra iraniani e sauditi camuffato da conflitto tra sunniti e sciiti sarebbe una scelta esiziale per il futuro dei cristiani in tutta la regione. Come farlo? Una buona base potrebbe essere la richiesta di un nuovo patto nazionale, basato sul rispetto integrale degli accordi di Taiff, della dichiarazione di Baabda, e quindi sul controllo da parte dell’esercito di tutte le armi presenti sul territorio. Non si tratta di genuflettersi al giovane e irruento saudita, ma di dire che il Libano non accetta di essere un protettorato, né iraniano né saudita, e che i cristiani ne garantiscono la terzietà.

pozzi sauditi

Perché sarà rilevante l'incontro del patriarca Beshara Rai con bin Salman

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