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La prossima legge di Bilancio, pur nei limiti (e nei condizionamenti) del voto di primavera, dovrà affrontare alcuni nodi del mercato del lavoro in termini quanto più strutturali. Le misure saranno utili se percepite come giuste e durature. Il lavoro e la coesione sociale alimentano il circolo della fiducia e della crescita. Ogni contrapposizione tra generazioni o segmenti sociali corrisponde solo ad un pensiero debole perché privo del senso della nazione. Ciò premesso, il nostro mercato del lavoro è investito dai grandi cambiamenti indotti dalla rivoluzione tecnologica cui ha sin qui corrisposto un sistema educativo e formativo autoreferenziale. Molti giovani non riescono ad entrarvi per le loro deboli competenze, molti adulti faticano a restarvi per la stessa ragione cui si aggiunge il loro costo più elevato.

Gli interventi devono quindi riguardare potenzialmente tutti, a partire dai sostegni all’apprendimento: alternanza, apprendistato, assegno di ricollocazione, credito d’imposta per spese in formazione, ampliamento delle risorse e della capacità operativa dei fondi interprofessionali. Così come tutti dovrebbero beneficiare di versamenti figurativi quando la loro attività si rivolge a beni pubblici come l’apprendimento stesso, la cura dei familiari, la procreazione realizzando in tal modo anche i presupposti per l’anzianità contributiva.

E ancora tutti dovrebbero avere ridotto il costo indiretto del lavoro non per generosa e contingente concessione ma per strutturale riequilibrio tra contribuzioni e prestazioni spesso sproporzionate: sicurezza, ammortizzatori, malattia, previdenza da gestione separata Inps. Ben altra sembra purtroppo l’impostazione del governo. Decontribuzione straordinaria per le assunzioni di giovani con effetti distorsivi come la cancellazione dell’apprendistato. Abbandono dei fondi interprofessionali al formalismo gestionale (che non evita patologie). Riduzione assegno di ricollocazione (già raro) e assunzioni nei centri per l’impiego con ennesimo privilegio dell’offerta (pubblica) sulla domanda. Deroghe ulteriori alla riforma previdenziale per singoli segmenti sociali, dopo quelle che hanno già impegnato circa venti miliardi, con l’introduzione addirittura di una “pensione di garanzia” ai giovani di oggi, destinata a minare la logica contributiva del sistema. Altro che leggera rimodulazione temporale del passaggio a 67 anni per (tutta) la generazione già adulta all’atto di approvazione della riforma.

La cosa più preoccupante è comunque proprio la insistenza delle misure per frazioni della società in luogo di strumenti a disposizione di tutti per la mobilitazione diffusa di una comunità nazionale che ritrova un destino da condividere.

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