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Vedere piazza del Popolo stracolma di migliaia di cittadini che si entusiasmano per messaggi europeisti e federalisti è una novità che mi ha sorpreso positivamente. La manifestazione di Roma mi ha coinvolto emotivamente anche perché mi è tornata alla mente la mia prima e precoce esperienza politica (era il 1967, avevo 15 anni) nel Movimento federalista europeo di Firenze, quando l’Erasmus per gli studenti era ancora un lontanissimo sogno.

Mi ha fatto piacere che in apertura Michele Serra abbia espresso, senza se e senza ma, l’esigenza che l’Europa continui il pieno sostegno alla resistenza del popolo ucraino contro l’invasore russo. Roberto Vecchioni ha fatto benissimo a cantare una canzone dedicata a una soldatessa, la ragazza curda di Raqqa, che con il fucile ha combattuto e sacrificato la sua vita per la libertà del suo popolo. Non so quanto consapevolmente Vecchioni abbia chiarito ai manifestanti una verità incontrovertibile: la Costituzione italiana ripudia la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma non ripudia affatto la guerra di liberazione su cui peraltro si è fondata la nascita stessa della Repubblica Italiana. Liliana Segre ha ricordato, infine. che l’arrendevolezza non ha mai fermato la mano armata degli aggressori e numerosi oratori hanno invocato la necessità di una difesa comune europea.

Questi aspetti positivi della grande manifestazione non devono, tuttavia, mettere in ombra alcuni fattori negativi, soprattutto ambiguità e omissioni. Mi riferisco a due errori di valutazione che rischiano di minare il rinascente movimento europeista nel nostro Paese.

La prima osservazione è che in molti interventi è emersa, anche se non dichiarata esplicitamente, una equivalenza di giudizio sulla Russia, la Cina e gli Stati Uniti come se si potessero mettere sullo stesso piano. Per quanto criticabili, le decisioni assunte dall’ amministrazione Trump non possono offuscare la differenza sistemica tra il sistema politico – liberale e democratico – degli Stati Uniti e i regimi dittatoriali di Russia e Cina (per non parlare dell’Iran). Negli Stati Uniti esistono anticorpi e pesi e contrappesi che sono inimmaginabili (e inammissibili) per i governanti di Mosca, Pechino o Teheran. Dobbiamo stare molto attenti ai pregiudizi e rigurgiti di questo genere di antiamericanismo. Per tre anni il leader russo Vladimir Putin ha infierito con missili, droni e bombe telecomandate sulla popolazione civile ucraina. È triste e paradossale che una grande manifestazione di protesta si sia svolta solo dopo che il presidente americano Donald Trump ha umiliato Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, come ha osservato giustamente Paolo Gentiloni. Sembrerebbe quasi che sia più facile manifestare contro Trump che contro Putin; se fosse così non sarebbe un bello spettacolo.

Il secondo punto critico riguarda la persistente sottovalutazione del ruolo della Nato. Romano Prodi ha ribadito recentemente che gli ottanta anni di pace nei Paesi dell’Unione europea sono stati garantiti dalla Nato – fatto storico incontestabile. Nel lontano 1976 anche Enrico Berlinguer dichiarò a Giampaolo Pansa che si sentiva più sicuro sotto l’ombrello dell’Alleanza Atlantica. Sarebbe ingenuo immaginare una difesa europea completamente sganciata dalla Alleanza Atlantica. Dobbiamo dire con chiarezza che non servono duplicazioni e che l’autonomia strategica dell’Unione europea si può realizzare come pilastro europeo della Nato sfruttando al massimo le tante possibili sinergie.

Come procedere in Italia?  Basterebbe seguire le scelte del primo ministro britannico Sir Keir Starmer che ha mantenuto e mantiene ottimi rapporti privilegiati con gli Stati Uniti e al tempo stesso spinge per accelerare il processo di costruzione della difesa europea. La migliore soluzione sarebbe che la prossima settimana, in Parlamento, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, e Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, insieme a una parte consistente dell’opposizione si impegnassero a promuovere un primo nucleo di Stati membri dell’Unione europea disponibili a mettere a fattor comune (a livello intergovernativo le proprie risorse militari e industriali).

Non si possono certo creare forze armate europee dal giorno alla notte. Occorre di definire un percorso per tappe iniziando da alcune priorità tecnologiche a carattere duale: difesa aerea e satellitare, droni, cyber-defence. Purtroppo, non andrà a finire così. Il ruolo propulsivo che l’Italia potrebbe avere nel processo di costruzione difesa europea non si potrà concretizzare per un miope gioco di veti incrociati e di miseri calcoli elettorali. Meloni ha la spina nel fianco della Lega di cui non può fare a meno. Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, ha paura di essere scavalcata da Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle e Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana. Peccato.

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