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Il rapporto annuale del Dipartimento della Guerra statunitense sulle evoluzioni militari e di sicurezza della Cina, pubblicato in queste ore, offre molto più di un aggiornamento tecnico sulle capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla). Quelle cento pagine che i comandi militari americani offrono al Congresso come analisi sulle attività armate di Pechino sono una radiografia strategica di una potenza che accelera su tutti i principali domini della competizione militare contemporanea, ma lo fa portandosi dietro fragilità strutturali che Washington osserva con attenzione crescente.

Il primo dato che colpisce è la scala dell’ambizione. Pechino punta a schierare fino a nove portaerei operative entro il 2035, un salto che, se realizzato, la collocherebbe immediatamente alle spalle degli Stati Uniti in termini di capacità navale globale. La traiettoria è coerente con l’obiettivo dichiarato di trasformare la Cina in una potenza marittima d’altura, in grado di proiettare forza ben oltre i mari regionali. A questo si affianca un’accelerazione sul piano nucleare: il Pentagono stima che l’arsenale cinese possa avvicinarsi alle mille testate entro il 2030, con segnali di una postura sempre meno vincolata alla tradizionale dottrina del “no first use” e più vicina a una logica di lancio su allarme.

La modernizzazione non si ferma al dominio convenzionale. Il report dedica crescente attenzione allo spazio, segnalando movimenti sospetti di asset orbitali cinesi potenzialmente antisatellite, e all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari. Nonostante i controlli statunitensi sulle esportazioni di chip avanzati, l’ecosistema tecnologico cinese ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, puntando su accumulo preventivo, ottimizzazione software e applicazioni mirate. L’approccio di Pechino all’AI è pragmatico: meno enfasi sull’intelligenza artificiale generale e più attenzione a strumenti immediatamente utilizzabili per comando e controllo, cyber, droni, supporto decisionale e operazioni di influenza.

In questo quadro si inserisce anche l’espansione delle capacità cyber, che il Pentagono considera uno degli strumenti asimmetrici centrali della postura cinese. Operazioni come Volt Typhoon, mirate alle infrastrutture critiche statunitensi, indicano una strategia orientata alla deterrenza e alla coercizione, capace di produrre effetti rilevanti già sotto la soglia del conflitto armato.

Un capitolo a parte riguarda le tecnologie emergenti. Droni, sistemi “Loyal Wingman”, swarm intelligence e persino interfacce cervello-computer mostrano come la Cina stia spingendo sull’integrazione tra ambito civile e militare, secondo una logica di military-civil fusion che permea l’intero apparato tecnologico. Il dossier Taiwan, con l’intensificazione delle attività militari attorno all’isola e l’abbandono progressivo della retorica della “unificazione pacifica”, resta il banco di prova operativo di questa trasformazione.

Eppure, accanto a questa accelerazione, il rapporto mette in luce crepe significative. La corruzione endemica negli apparati militari, le purghe cicliche ai vertici del Pla, i dubbi sulla lealtà politica e l’impatto di un’economia interna rallentata continuano a rappresentare fattori di vulnerabilità. Anche sul piano tecnologico, il vero salto di qualità – in particolare nel quantum – è ancora in divenire, sebbene Pechino lo abbia ormai elevato a priorità strategica nazionale.

Un’attenzione particolare nel report è riservata alla tecnologia quantistica, che il Pentagono non considera più un orizzonte lontano ma un possibile fattore di rottura strategica. Pechino ha elevato il quantum a priorità nazionale, collegandolo direttamente alla sicurezza e alla guerra futura. Le applicazioni spaziano dalle comunicazioni ultra-sicure ai sensori avanzati, fino al rischio che un computer quantistico fault-tolerant renda obsolete le attuali architetture crittografiche occidentali. In questa prospettiva, il quantum emerge come un moltiplicatore asimmetrico capace di ridefinire gli equilibri di potere senza passare necessariamente da uno scontro militare convenzionale.

Il quadro che emerge è quello di una Cina insieme potente e fragile: capace di sfidare l’egemonia militare statunitense, ma costretta a farlo gestendo tensioni interne, limiti strutturali e una competizione globale sempre più complessa.

È da questa ambivalenza che parte la nostra newsletter. Nei prossimi numeri approfondiremo singoli domini – dal quantum alla deterrenza nucleare, dall’AI militare alla dimensione economica della competizione – per decifrare cosa significa davvero l’ascesa cinese per l’Europa e per l’ordine internazionale.

 

Su “Indo-Pacific Salad” di questa settimana si approfondisce a caldo il report del Pentagono. Iscriviti alla newsletter per seguire l’analisi, andare oltre la cronaca e capire dove sta andando la competizione strategica globale. Basta seguire il link

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