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Mentre la nave “Comandante Borsini” si trova al porto di Abu Setta (sede del premier designato dalle Nazioni Unite per pacificare il paese Fayez Serraj), dall’altro lato del Paese arrivano minacce e opposizione. Il parlamento di Tobruk, l’ultimo eletto prima del disfacimento completo dello Stato, ha negato di dare l’appoggio politico alla missione italiana: una forma di discredito per la rappresentatività di Serraj, che a Roma ha chiuso gli estremi per l’accordo di collaborazione sul campo dell’immigrazione. Sempre dall’Est, il generale Khalifa Haftar – che tiene sotto ostaggio armato e psicologico quel Parlamento – ha alzato i toni parlando della possibilità di attaccare le navi italiane, considerando la presenza militare in violazione della sovranità libica.

“La cosa da tenere presente è che la dichiarazione contro l’Italia l’ha fatta direttamente Haftar” dice a Formiche.net Mattia Toaldo, senior policy fellow all’European Council on Foreign Relations di Londra. E perché è importante? “Di solito le cose puramente propagandistiche le fa dire al suo portavoce Ahmed Al Mismar, invece stavolta s’è speso lui in prima persona”. Dunque, spiega Toaldo che per l’Ecfr studia le dinamiche libiche, “di fatto, se non facesse nulla non ci farebbe una buona figura”. A questo, secondo l’analista, va aggiunto “il fatto che la stampa italiana ha chiamato bluff il suo intervento, e ciò potrebbe invogliarlo ancora di più a dimostrare che un bluff non è”. “Dall’altra parte – conclude – nessuno dei suoi sostenitori esterni ha interesse che lui colpisca gli italiani”.

Giovedì, in uno dei classici proclami libici, il figlio dell’ex dittatore Muammar Gheddafi, Saif (che nutre ancora mal celate ambizioni politiche), ha detto che l’invio di un contingente navale italiano a sostegno della lotta all’immigrazione clandestina al fianco del governo onusiano di Tripoli ricorda la “politica coloniale fascista”. Quando dalla Libia si parla di Italia, il ricorso storico è sempre dietro l’angolo.

L’incoerenza di Haftar non è nuova, ma il contesto temporale brucia. Appena il giorno prima che Serraj arrivasse a Roma per chiudere quell’intesa sull’immigrazione, a Parigi, i due leader libici si stringevano la mano, e il presidente francese usava quella pseudo intesa libica – stop del confronto militaresco e via libera alla strade per le elezioni – come palcoscenico internazionale.

Haftar però non è la sola minaccia alla missione italiana. Nonostante un’evidente superiorità tecnica italiana rispetto a qualsiasi delle milizie locali, dalla Libia una fonte che preferisce non essere nominata racconta che i rumors (non confermabili) dicono che stanno spuntando mortai sui tetti delle case intorno alla base di Abu Setta e che i gruppi che non riconoscono Serraj nella fascia tripolina stanno invitando i proseliti a un jihad contro gli italiani.

libia

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