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Non sarebbe una sorpresa se, alle elezioni di settembre, Angela Merkel venisse riconfermata Cancelliera per la quarta volta. Il balzo in avanti che il suo rivale più agguerrito, il socialista Martin Schulz, aveva fatto fare al suo partito tornando da Bruxelles potrebbe essersi già esaurito. A tutte le tornate elettorali regionali di quest’anno, dal cruciale Nordreno-Vestfalia al piccolo Schleswig-Holstein, la Cdu di Merkel ha sempre guadagnato voti.

Appare quindi naturale pensare ad Angela Merkel come al leader incontrastato del primo Paese dell’Unione europea. Se uscisse vittoriosa anche dalle elezioni di quest’anno, a febbraio 2018 sarebbe Cancelliere da 12 anni e 3 mesi: più a lungo di Hitler (solo Kohl e Adenauer hanno fatto meglio).

Dietro questa invidiabile carriera politica si cela il vero segreto del suo successo: restare alla guida di un partito grande ed eterogeneo come la Cdu, contando sulla propria capacità di trovare sempre un compromesso.

Ma quando lo sguardo da Berlino si sposta a Bruxelles, questa appare anche una delle sue più grandi debolezze. È proprio per questo che, negli ultimi anni, la Germania appare un Paese tanto cruciale quanto esitante. Merkel ha di certo saputo reagire alle crisi, ma l’ha fatto con ricercata lentezza e con un piglio più tattico che strategico. L’Europa a guida tedesca alla fine è sempre riuscita a metterci una pezza, ma a costo di una cronicizzazione delle crisi che rischiano continuamente di tornare a essere acute, perché in fondo mai veramente risolte.

L’esempio più eclatante è la Grecia, che dal 2010 continua a negoziare lo sblocco della “prossima tranche” di un salvataggio che è già costato 270 miliardi, e che ne potrebbe costare altri 55. Eppure, è proprio a causa del veto tedesco che non si può procedere con quanto appare inevitabile a molti, ovvero la cancellazione di almeno una parte del debito pubblico greco. Di fatto, l’unico modo per renderlo sostenibile.

E non si affronta alla radice neanche l’altro più vasto problema dell’economia europea a trazione tedesca: quello del grande surplus di bilancia commerciale dell’eurozona, causato proprio dal diktat tedesco di una crescita basata sull’austerity in casa e dal rilancio della competitività all’estero. Competitività da raggiungere anche a costo della compressione dei salari. Di conseguenza, l’eurozona si ritroverà quest’anno con un surplus di 350 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a quello cinese (150 miliardi), e a cui la sola Germania contribuisce per l’80% (280 miliardi). Sul fatto che questo squilibrio rasenti ormai l’insostenibilità è difficile dar torto anche a Trump.

Il deficit di leadership e strategia tedesca lo si è visto anche nella gestione della crisi migratoria. In questo caso, Merkel si era sbilanciata in prima persona verso la piena accoglienza. Quando ad agosto 2015 centinaia di migliaia di profughi siriani si erano messi in cammino lungo la rotta balcanica, disse ai suoi concittadini: “Ce la possiamo fare”. Un messaggio pescato dal meglio della tradizione cristiano-democratica tedesca, che riecheggiava le parole di Helmut Kohl nei mesi difficili della riunificazione. Un messaggio però inviato da una posizione di voluta solitudine rispetto ai partner europei. A distanza di poche settimane sempre Merkel, criticata in maniera trasversale, tornava su posizioni ben più moderate, annunciando il ripristino dei controlli alle frontiere Schengen e scatenando un vero e proprio effetto domino. Di lì a poco avrebbe obbligato l’Ue a scendere a patti con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, ancora una volta tappando una falla senza però risolvere le cause profonde della crisi.

Cosa aspettarci dunque in futuro? Un segnale incoraggiante potrebbe venire dalla nuova Francia di Emmanuel Macron e dalla fortunata coincidenza dei cicli elettorali nei due maggiori Paesi dell’Ue e dell’eurozona. Senza elezioni cruciali a breve si potrà, forse, lavorare sul lungo periodo, cominciando con il rendere più stabile e sostenibile la costruzione europea. Ma non attendiamoci alcun miracolo tedesco. Merkel è sempre stata una leader cauta, e ha fatto di questa qualità una caratteristica della sua leadership. Difficile che possa davvero trasformarsi in qualcosa di diverso. Ma una Francia e, auspicabilmente, un’Italia più forti potrebbero convincerla che i tempi son cambiati e che quello di una visione strategica dell’Europa sia finalmente arrivato.

Deutsche Bank, bund

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