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Come gli americani. E forse è l’unico modo di resistere e sopravvivere all’asfissiante monopolio cinese sulle terre rare, il vero metro di misura della competività, presente e futura. Il Brasile prova a copiare gli Stati Uniti, facendo qualcosa di apparentemente molto semplice: infilare lo Stato nello sfruttamento e nella raffinazione dei minerali critici. A Washington, poche settimane fa, hanno annunciato un investimento da 1,6 miliardi per rilevare una partecipazione del 10% in Rare earth Us, una delle più grandi realtà minerarie dell’Occidente, con base in Oklahoma.

L’obiettivo è duplice. Primo, assicurare un presidio governativo nella centralina dell’estrazione e della lavorazione dei minerali critici. Secondo, mantenere un occhio vigile sulla rete di accordi che gli Usa stanno tessendo da mesi (lo scorso autunno Washington ha siglato intese per 8,5 miliardi con l’Australia). Con il governo azionista, sarà più facile per Rare earth giocare di sponda con tutti quei Paesi che mal sopportano il dominio cinese.

Ora potrebbe toccare al Brasile, Paese decisamente ricco di minerali essenziali. Il governo carioca ha infatti avviato discussioni interne per valutare la creazione di una società statale per le terre rare. La spinta è arrivata dal ministero della Difesa, consapevole del fatto che senza un buon approvvigionamento di minerali critici, non sarà possibile mantenere alti standard di innovazione e tecnologia applicata alle forze armate. E poi, ci sono già delle buone basi. Il Brasile oggi detiene il secondo volume di riserve di terre rare più grande al mondo, dopo la Cina si intende. Tanto che diversi Paesi, tra cui gli stessi Stati Uniti, hanno cercato collaborazioni al di fuori della Cina per assicurarsi diverse fonti di approvvigionamento.

“La decisione di creare o meno un’azienda statale operante nel settore delle terre rare non è così semplice e rientra in un calcolo politico. In generale, la popolazione tende a criticare la creazione dell’ennesima azienda statale, ma le terre rare rappresentano un segmento molto particolare, dato che i governi di tutti i Paesi parlano dell’importanza di questi elementi per la sovranità nazionale; dobbiamo quindi considerare che si tratta di una questione geopolitica di grande rilevanza”, ha spiegato André Pereira César, analista politico di Hold Consultoria. Lo stesso presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha ripetutamente affermato di considerare le terre rare una questione di sovranità nazionale e di voler evitare partnership esclusive con singoli Paesi.

Tutto questo mentre anche l’Europa si muove. Solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen, ha portato a casa un importante accordo che, oltre ad azzerare i dazi sulle importazioni australiane, porta in dote un’altra novità. Il risultato più importante, frutto di quasi otto anni di negoziati, è infatti l’intesa con la quale, oltre a eliminare la maggior parte dei dazi doganali che le due parti si erano imposte reciprocamente, si prevede di consentire all’Ue un maggiore accesso alle forniture di minerali critici provenienti dall’Australia.

Più governo nelle terre rare. La scelta strategica del Brasile

Il Paese carioca è pronto a mettere nelle mani dello Stato l’estrazione e la raffinazione delle materie prime critiche, di cui è peraltro molto ricco. Una decisione che ricorda il recente ingresso del governo americano in una delle più grandi aziende minerarie nazionali

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