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Nel giorno in cui si svolge il Consiglio europeo convocato per discutere l’urgenza di dotarsi di una vera e propria difesa comune, possiamo dire di essere davvero arrivati a un punto di svolta per il futuro dell’Unione europea?

Indubbiamente, ci troviamo in un momento storico in cui il mondo sembra girare più velocemente del normale e tutto risulta accelerato: basta vedere il ritmo con cui il presidente americano Donald Trump rilascia dichiarazioni o prende provvedimenti (spesso contraddicendosi o facendo marcia indietro). È chiaro che l’Europa, di fronte a questo repentino cambiamento nel modo in cui le relazioni internazionali vengono gestite, e soprattutto di fronte al rischio di trovarsi non più protetta dal suo tradizionale alleato nei confronti delle minacce esterne (a cominciare dalla Russia ma non solo), è chiamata a prendere delle decisioni fondamentali ed epocali per il suo futuro, e a farlo nel modo più rapido possibile.

Il metodo dei piccoli passi, che ha fatto avanzare lentamente ma in maniera efficace l’integrazione europea, non sembra più sufficiente davanti alle sfide odierne. A maggior ragione tenendo presente che sembra farsi largo l’impressione che i trattati internazionali non costituiscono più un impedimento per decisioni ‘innovative’, mentre si superano senza farsi troppi problemi i confini del protocollo istituzionale. È venuto il momento di far progredire più velocemente l’Unione europea seguendo quell’approccio a cerchi concentrici di cui peraltro si parla da diversi anni, impostando la rotta verso una federazione di Stati con capacità decisionali in quei settori che erano considerati intoccabili quali la difesa e la sicurezza e immaginando che questa rotta venga tracciata da un nucleo ristretto di Stati più forti.

Del resto, di Difesa europea si parla da quasi 70 anni, dopo che per la mancata ratifica da parte della Francia fu decretato il fallimento della Comunità europea di difesa. Si fecero poi largo gli acronimi Pesc e Pesd, destinati tuttavia a rimanere delle scatole sostanzialmente vuote. Nel frattempo, dalla montagna che si proponeva di realizzare, l’Unione europea ha partorito un topolino chiamato Alto rappresentante per la politica estera, una figura dotata di poteri praticamente nulli e infatti molto spesso ricoperta da personalità poco visibili e carismatiche.

Che fare, dunque, per imprimere una decisa accelerata rispetto all’inerzia del passato? Una decisione simbolo di questa nuova fase storica potrebbe essere il lancio di vera politica comune in questi settori tradizionalmente riservati agli Stati, condividendo (come proposto dal presidente francese Emmanuel Macron) la potenza nucleare (una force de frappe europea) e il seggio permanente della Francia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il tutto con la spinta propulsiva dei tre Stati principali: Germania, che sembra essersi liberata dallo stigma del disarmo successivo alla Seconda guerra mondiale, Francia e Italia, con altri Paesi che si aggiungerebbero certamente di buon grado cercando anche di superare quella regola – considerata fino a ora intoccabile – dell’unanimità. Un gruppo a cui si potrebbe anche aggiungere il Regno Unito, che negli ultimi tempi ha invertito il proprio cammino tornando a dirigersi verso l’Unione europea (che da Brexit si possa cominciare a parlare di Breturn?).

Bisognerebbe avere il coraggio e la volontà politica di andare oltre ai trattati di pace successivi al secondo conflitto mondiale e ai principi alla base dell’Unione europea, che assicuravano un equilibrio all’Europa con il tacito assenso della Germania di rimanere sostanzialmente disarmata mantenendo in cambio la leadership economica nel continente. Il Consiglio europeo dovrebbe chiaramente indicare non solo la volontà ma anche i mezzi per assicurare una politica di difesa europea, il che non significa solo avere il migliore esercito del mondo, con ad esempio un unico modello di carro armato o velivolo da combattimento e una generale armonizzazione del procurement, ma anche e soprattutto un organo politico che possa fare le scelte fondamentali, dallo sparo del primo proiettile fino alla decisione estrema di ricorrere alla potenza nucleare.

Insomma, la speranza è che il Consiglio europeo di oggi non sia l’ennesima ripetizione della sterile liturgia di tanti incontri che ormai si aggiungono a quelli a geometria variabile con altri Stati, e che invece sia inizio di una vera svolta per la quale l’Unione europea acquisti un valore proprio e si rivaluti anche agli occhi di Trump che potrebbe finalmente considerarla un alleato forte e sicuro.

Francia, Germania e Italia siano pilastri della difesa Ue. Scrive l’amb. Castellaneta

Il Consiglio europeo si riunisce in un momento cruciale per il futuro del blocco, chiamato a rispondere alle sfide globali con una politica di difesa comune. L’approccio tradizionale dei piccoli passi non è più sufficiente: è necessario un salto verso una federazione di Stati con capacità decisionali in settori chiave come la sicurezza e la difesa. Il commento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

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