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Mi piacerebbe che fosse un programma di governo, che qualcuno lo potesse applicare. Ma non io“. Dal Centro Studi Americani – dove ha presentato il suo ultimo, dibattuto, libro dal titolo “Il piano inclinato” (Il Mulino) – Romano Prodi ha rilanciato alcuni dei temi su cui ha maggiormente insistito negli ultimi anni, ma ha smentito categoricamente un suo possibile ritorno alla politica attiva.

Nel corso del dibattito – moderato da Paola Severini Melograni e caratterizzato dagli interventi della voce di Radio Radicale Massimo Bordin, della statistica Linda Laura Sabbadini e dell’inviato del Corriere della Sera Luigi Vercesi – il Professore si è concentrato in particolare sul tema delle disuguaglianze. Partendo da un presupposto: che molto oggi non è più nella disponibilità dei singoli Paesi, sempre più dipendenti dalle logiche e dalle dinamiche internazionali.

Esempio in questo senso è rappresentato dalla quarta rivoluzione industriale, quella tecnologica e digitale in corso in questi anni. “Sta espellendo una quantità enorme di lavori intermedi e creando pochissimo lavoro di alto livello”, ha affermo Prodi. Che poi ha aggiunto: “Dall’esterno c’è una grandissima spinta alla disuguaglianza rispetto alla quale gli Stati nazionali possono poco”. Qualcosa da fare però ci sarebbe. Peccato – ha rilevato l’ex presidente del Consiglio – che l’Italia in tal senso sia piuttosto al palo: “Per fronteggiare questa situazione bisognerebbe investire in modo deciso sull’innovazione. Questo processo da noi però non è mai iniziato: questa rivoluzione la stiamo semplicemente subendo”. Per non parlare poi dell’importanza della formazione, su cui l’Italia, neanche a dirlo, sta facendo pochissimo: “E’ la vera leva per rispondere a ciò che sta accadendo. Intendo l’istruzione diffusa – come avviene in Germania -, non quella dei Phd”.

Una battaglia – quella contro la disuguaglianza crescente – che, ad avviso di Prodi, non può prescindere dall’utilizzo dello strumento fiscale. Sul punto l’ex premier ha utilizzato tutte le cautele del caso (“non dico che bisogna alzarle, non ho una soluzione sicura”), consapevole dell’inevitabile strascico di polemiche che puntualmente si viene a creare quando si parla di tasse. Ma qualcosa l’ha detta: “La rivoluzione tatcheriana ha fatto sì che qualsiasi intervento sulla fiscalità – anche solo riferito alla parte più ricca della popolazione – venga condannato da tutti. Persino dai più poveri”. E, ancora, la possibilità di alzare le tasse di successione: “Non dico tanto, ma almeno di portarle al livello degli altri Paesi come Germania e Francia. Se ne ricaverebbe un miliardo e mezzo: certo non una cifra così rilevante, che potrebbe però essere destinata a uno scopo specifico nella direzione di ridurre le iniquità”.

E poi – sempre in quest’ottica – l’introduzione del servizio civile obbligatorio, perché non è possibile che nella vita dei cittadini “non vi sia neppure un momento di obbligo verso la società. Sarebbe un importante elemento di uguaglianza e anche di partecipazione sociale. Un’operazione di grande civismo”.

Solo qualche esempio di quello che potrebbe definirsi il programma di Prodi per l’Italia: “Dobbiamo muoverci, perché altrimenti scivoleremo sempre di più su questo piano inclinato”. Che possa toccare a lui mettere in pratica queste e altre misure il Professore, però, lo ha smentito senza mezzi termini: “Sono un pensionato felice”. Eppure il suo nome viene sempre più spesso invocato dal popolo della sinistra e da molti dei suoi rappresentanti politici.

Non da Matteo Renzi però, con il quale il feeling – giù piuttosto ridotto all’inizio – appare oggi ormai consumato. Questioni di strategia politica – l’accordo con Silvio Berlusconi è impossibile da digerire per una persona con la storia di Prodi – ma anche di natura ideologica, come conferma l’antitetica visione sul tema fiscale. Seguito dalle telecamere quasi come ai tempi in cui sedeva a Palazzo Chigi, l’ex presidente del Consiglio ha smentito nettamente di poter tornare a guidare il governo. In molti però continuano a evocarlo, in un turbinio di voci più o meno confermate che lui stesso sta contribuendo ad alimentare con un attivismo insolito e sospetto.

Non credo che possa a tornare a Palazzo Chigi”, ha commentato con Formiche.net un certo Paolo Cirino Pomicino, in prima fila nell’ascoltare il discorso di Prodi al Centro Studi Americani. Pomicino, però, ha riconosciuto la presa che il nome di Prodi continua a esercitare su una vasta fetta dell’opinione pubblica: “E’ la nostalgia per la politica, che oggi non esiste più. Ma, nell’elettorato di centrosinistra, c’è pure il rimpianto per l’unico esponente politico che sia stato in grado di unire quell’area e di battere Berlusconi”.

Per Renzi e non solo, una figura con cui continuare di certo a fare i conti.

Ecco il mio programma per il governo che verrà. Parola di Prodi

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