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Tra scandalo, assuefazione e calcolo politico, il dibattito sulla corruzione coinvolge il mondo a ogni latitudine, senza che nessuno dei grandi stati-nazione faccia eccezione. Da Lord Robert Walpole nel 1700 al premier Harold Mac-Millan negli anni Cinquanta del secolo scorso, se richiesti di esprimersi sul rapporto denaro-morale, prestigiosi politici della prima democrazia moderna rispondono: per simili problemi rivolgetevi all’arcivescovo…

Da Machiavelli in poi quest’interessata interpretazione del suo principio di autonomia della politica è andata diffondendosi a più non posso. In America Latina, da Brasilia a Lima, Bogotà, Buenos Aires, presenta oggi un’attualità dirompente: tanto dal punto di vista immediatamente pratico e quotidiano, per cittadini e istituzioni; quanto da quello teorico per i principi del diritto e della politica.

Il clamore di cui tutte le cronache internazionali raccolgono l’eco, è quello sollevato dalla condanna in Brasile dell’ex presidente della Repubblica Lula Ignacio da Silva: 9 anni e 6 mesi di carcere (“in prima istanza”, equivalente in Italia al primo grado di giudizio), per un appartamento di lusso che l’imputato nega di aver mai ricevuto ma che il verdetto del giudice Sergio Moro gli attribuisce come tangente occulta, sulla base della testimonianza dell’imprenditore che glielo avrebbe ceduto in cambio di favori.

E’ la prima volta che un ex capo di stato viene condannato per corruzione in America Latina, forse nel mondo. Sebbene almeno in Brasile nessuno dei suoi predecessori sia sfuggito alla medesima accusa, più o meno fondata che fosse. Ed è certamente il più popolare degli ultimi cinquant’anni. Ancor oggi Lula è in testa (con oltre il 30 per cento delle intenzioni di voto), nei sondaggi per le elezioni dell’anno prossimo.

Il contesto di quest’episodio che inasprisce la già pesante crisi di uno dei paesi più grandi del pianeta, ottava o nona economia mondiale, è del tutto eccezionale. Merita d’essere chiarito, sia nelle circostanze di fatto sia in quelle propriamente di diritto, oltre che negli umori contrapposti dell’opinione pubblica. In quanto rivelatore esemplare di contraddizioni covate nella cupidigia di mezzo Parlamento nazionale, fino alla frattura di talune complicità, che hanno reso evidente la corruzione nei partiti e fatto poi esplodere il rapporto tra potere politico e potere giudiziario.
Senza perciò voler entrare nel merito della colpevolezza o meno del condannato. Questo lo faranno i giudici d’Appello, ai quali ricorrerà la difesa e -con generale sorpresa- anche la stessa accusa che ha subito annunciato: “chiederemo un aumento della pena…”. La sorpresa scaturisce da due significative osservazioni, entrambe trascurate finora dalla maggior parte dei resoconti.

La prima è rilevantissima: riguarda la natura della “prima istanza” nel processo penale brasiliano. Questo non garantisce l’inquisito da eventuali forzature, tali da consentire a uno stesso magistrato di esercitare prerogative che in Italia sono suddivise tra il giudice delle indagini preliminari (gip), quello dell’udienza preliminare (gup) e un terzo destinato a guidare il dibattimento, se l’accusato viene processato. Da Curitiba, la bella città sulle alte colline del Paranà in cui è giudice di “prima istanza” (giudice d’Assise, in Italia), Sergio Moro ha concretamente impersonato tutti e tre i ruoli. Ha ampiamente dominato la fase istruttoria, anche attraverso continui interventi pubblici. Ne ha poi tratto le conclusioni e come giudice monocratico ha emesso la sentenza, che è stata di durissima condanna, appunto. Ovvero è stato il giudice unico del proprio stesso operato. Nell’opinione di autorevoli giuristi, si tratta di una grave confusione dei ruoli, che inficia il sistema penale liberale e l’esercizio stesso della giustizia.

La seconda riguarda l’entità della pena: l’accusa la vuole ancora maggiore, indifferente al rischio di confermare la tesi della difesa che parla d’un accanimento dei giudici contro l’ex capo di Stato, motivato essenzialmente da pregiudizi politici e con il fine di eliminarlo dalla scena. “Lula ha modernizzato il Brasile… Una consultazione elettorale senza di lui è una truffa”, gridano i suoi sostenitori per le strade. Basta con i privilegi dei potenti… afferma O Globo, inneggiando alla condanna.

Perché sia vero, deve compiersi una condizione: tutti gli altri politici accusati e colpevoli di reati ben maggiori vanno condannati da questa stessa giustizia, ciò di cui la società dubita; poiché il medesimo rigore del giudice Moro con Lula, il Supremo Tribunale Federale avrebbe dovuto usarlo con dozzine di leaders politici (…) Il momento è cruciale, con il presidente Michel Temer possibilmente alla vigilia d’essere deposto per corruzione… commenta Juan Arias su El Pais, ricordando che in carcere finivano solo poveri, negri e prostitute…

La corruzione è un cancro sociale, va perseguita in difesa degli interessi generali della società. Tanto più in tempi in cui appare endemica. In Perù hanno appena incarcerato l’ex presidente Ollanta Humala e la moglie, Nadine Heredia; ricercano inoltre un altro ex presidente, Alejandro Toledo, profugo negli Stati Uniti. Accusati tutti di essersi lasciati corrompere dal gigante trasnazionale delle costruzioni, la brasiliana Odebrecht, che avrebbe corrotto anche l’attuale presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, e altri governanti in Cile e Argentina.

Contestualmente, però, a Lima, il capo dello stato, Pedro Kuczynski, un economista laureato negli Stati Uniti, tratta con la più potente avversaria in Parlamento, Keiko Fujimori, la liberazione di suo padre. Presidente per tutti gli anni Novanta, Alberto Fujimori sconta una lunga pena per aver tradito la Costituzione e imposto la sua dittatura personale, commesso omicidi, sequestri di persona, torture, appropriazione indebita, traffico clandestino di armi. Ma con il suo partito, Keiko blocca quando vuole l’attività legislativa del governo. Kuczynski non ce la fa più.

Dunque, real-politik. La stessa che in Brasile mantiene al palacio do Planalto il presidente Temer, accusato da più parti di corruzione, ma impegnato con il suo governo a ridurre le imposte agli alti redditi e a varare una riforma del lavoro che ha tagliato drasticamente remunerazioni, garanzie e diritti sindacali dei lavoratori, privilegiando il rapporto diretto prestatore d’opera-datore di lavoro contro i contratti collettivi nazionali previsti dalla precedente legislazione.

In polemica con il quotidiano O Globo, l’oligopolio dell’informazione che fu del geniale e contraddittorio zar della stampa e della tv, Roberto Marinho, il famoso cantante, poeta e sociologo Chico Buarque de Hollanda dice che per cantare la vicenda giudiziaria di Lula forse ci vorrebbe una canzone. Ma il samba non basta più a raccontare il Brasile e meno ancora l’America Latina (e il mondo?).

lula

Cosa si dice davvero in Brasile su Lula, Temer, la corruzione e l'informazione

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