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Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una forza oscura, misteriosa, devastante cancellò dalla faccia della Terra la cittadina di Amatrice. Una tragedia che ci portiamo e ci porteremo nel cuore finché vivremo. Come analoghe tragedie che hanno distrutto, in pochi minuti, borghi, paesi, villaggi e città del nostro Paese con la forza demoniaca di terremoti sorprendenti.

Amatrice ha tremato più volte prima di ridursi in macerie. E con essa i cuori dei suoi abitanti che hanno assistito impotenti alla fine di un mondo, non diversamente da altri mondi profondati nel gorgo dell’incomprensibile distruzione in poco più di un anno, da quelle stesse parti. Si è pianto davanti a quelle immagini che la televisione ci portava in casa; si è tentato di addolcire la pena con concreti atti di solidarietà; si è cercato di fare coraggio, in tutti i modi, a quella gente già coraggiosa di suo che in un niente ha perduto tutto. Restano le rovine laddove la vita fioriva da secoli, incessantemente, per quanto punteggiata, come tutte le umane vicende, da lutti e sofferenze addolciti da momenti comunitari che davano il senso di un’appartenenza profonda ad una storia condivisa ed in un attimo spezzata.

Emma Moriconi, giornalista votata alla ricerca storica, per sua fortuna e per sua disgrazia amatriciana legata a quel piccolo mondo antico, ha raccontato gli effetti della misteriosa folgore abbattutasi sulla sua città, sulla gente che conosceva da bambina, sui suoi familiari, sui compagni di giochi al tempo in cui dalle montagne circostanti sembrava soffiare un vento divino ed i profumi della sua terra inondavano i giorni di festa e di fatica. Lo ha fatto con un libro inteso e coinvolgente, Amatrice, dolce amara terra mia (Minerva edizioni), scritto di getto, come un atto d’amore che può attendere per essere consumato, non tanto o non soltanto per ricordare il suo paesino com’era e com’è diventato, quanto per offrire il proprio dolore, che è poi il dolore di tutti i suoi conterranei alla vasta attonita platea di interdetti di fronte dall’immane sconvolgimento che ha mandato per aria secoli di storia e seppellito sentimenti atavici sotto una coltre dolore che tutti accomuna.

Era bella la sua Amatrice, scrive Moriconi, rappresentando con pochi schizzi personaggi significativi recenti e meno recenti, facendo vivere usi e costumi che ne facevano una città dignitosa e gaia nella quale sacro e profano si mescolavano senza creare problemi a quelle coscienze semplici temprate dalla fatica e appagate da ciò che la Provvidenza gli aveva mandato. Fino a quella maledetta notte, a quell’ora tristemente fatale, alle 3.36 di un’estate declinante che mai nessuno avrebbe immaginato sarebbe finita in quel modo.

Palazzi, chiese e campanili annientati, dimesse dimore ridotte in polvere, occhi senza lacrime a contemplare l’incubo materializzatosi in pochi secondi. Un modo può finire anche così, nel peggiore e più assurdo dei modi. Resta la memoria sulla quale ricostruire e questa, come dice la Moriconi, non difetta ai suoi compaesani. Insieme con quell’amore per una terra dove la memoria appunto riposa ed è riferimento di scompensi antichi e nuovi che hanno sempre trovato e troveranno ancora tra quelle montagne, ai margini di due laghi, nel centro di una conca dove mangiar bene significa anche – e non sembri blasfemo – appagare lo spirito se è vero che la cultura materiale è il prodotto di una civiltà nella quale l’impasto dei sentimenti e dell’intelligenza riesce a mettere in tavola gli elementi che rasserenano l’anima per come il Creatore ha immaginato l’allegrezza umana sposata agli inevitabili momenti oscuri dell’esistenza.

A Emma Moriconi è stato appena attribuito un riconoscimento speciale nell’ambito del Premio “Acqui Ambiente”, filiazione del celeberrimo “Acqui Storia”, che le verrà consegnato nella cittadina termale piemontese il 2 luglio nel corso di una cerimonia imponente che vedrà la partecipazione di importanti personaggi del mondo della cultura, della diplomazia, dell’imprenditoria. E mai scelta fu più felice. La Moriconi non si è limitata a narrare, a ricordare, a ricostruire, ma ha offerto con il suo libro una testimonianza che dovrebbe (ce lo auguriamo) valere per il futuro se non a prevenire del tutto tragedie come quella di Amatrice, quantomeno a contenere il più possibile la portata dei danni materiali, oltre alla salvezza di vite umane che neppure si accorgono di ciò che sta per stroncarle.

In un passo di preziosa ed affettuosa scrittura, Moriconi dà il senso di ciò che accaduto molto meglio dei fiumi di parole spese per raccontarlo. Eccolo:

“Amatrice com’è… amara terra mia, che in un istante sei diventata polvere e pietra, amara terra mia che hai sofferto, e pianto insieme a noi i tuoi figli perduti, e i tuoi figli rimasti, che ti amano ancora e che ti ameranno sempre perché tu sei madre, tu sei vita, tu sei il respiro di ciascuno di noi. Amara terra mia che versi lacrime e langui nel ricordo di sorrisi e di gente che arrivava da ogni luogo d’Italia e del mondo, e di bambini che hai cresciuto, e di famiglie che hai formato, tu che ci hai fatti e poi disfatti e non per tua colpa e noi ti amiamo ancora, e di più, e ti vogliamo di nuovo in piedi, e presto. Perché tu ci hai fatti così, amara terra mia, testardi, appassionati, ostinati, combattivi, tenaci, orgogliosi. Tu ci hai fatti così, ché sei terra e madre, e rifugio, e amore. Amatrice com’è… Amatrice che ci hai cullati, Amatrice che ci hai amati, Amatrice che ci hai fatti diventare grandi, Amatrice che ci ha visto crescere, Amatrice, bella terra mia, un diamante incastonato, un bocciolo, una meraviglia per gli occhi e per il cuore. Amatrice e le tue cento Chiese, crollate, Amatrice e i tuoi sapori, Amatrice e il tuo calore, scomparso, Amatrice e la tua pace, annientata, Amatrice, Amatrice mia che sei un mucchio di pietre… Pietre di secoli, pietre nostre, estratte dalla nostra terra, messe una sull’altra a costruire case, crollate e poi ricostruite, contro tutto e contro tutti, con determinazione, per rimanere qui, sempre, e ora crollate ancora una volta. Amatrice mia, amara terra mia…
Uno scempio, un dolore senza fine, un lutto eterno.”

Terra mia, terra nostra. Un dolore che ci unisce. E che le parole di una scrittrice sensibile e tenera ci aiutano se non proprio a lenirlo, almeno a farcelo accettare nella prospettiva che se Amatrice non sarà mai più la stessa, in quella che verrà ci saranno i segni del mondo di ieri costruito nei secoli da una comunità operosa e gentile.

amatrice

Amatrice, dolce amara terra

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