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Se si pensa alle emissioni di gas serra nell’atmosfera non si può, almeno per un momento, guardare alla Cina. Il Dragone è ancora oggi il Paese con il più alto livello di emissioni di gas serra al mondo, con una media di 11 tonnellate pro capite. Il che colloca la Repubblica popolare al centro del dibattito globale sulla lotta al cambiamento climatico. I numeri raccontano una vera e propria escalation dell’inquinamento: in questi ultimi anni la Cina ha prodotto mediamente 15,9 miliardi di tonnellate di CO2, superando le emissioni combinate di Stati Uniti (11,5%), Unione Europea (6,8%), India (7,8%) e Russia (5,05%). E questo perché Pechino continua a fare del carbone un pilastro della propria sicurezza energetica.

Curioso a questo punto che l’altra faccia della medaglia sia un Paese che domina il mercato globale delle infrastrutture per l’energia pulita, producendo l’80% dei pannelli solari, il 68% delle batterie agli ioni di litio e il 50% dei veicoli elettrici. Proprio su quest’ultimo punto, l’avanzata cinese sembra inarrestabile, con i costruttori europei che sembrano incapaci di reagire alla sfida del Dragone sull’auto elettrica, sia di calibrare le proprie linee di produzione sui dettami del Green new deal. Eppure, negli ultimi mesi, qualcosa ha cominciato a muoversi nell’ex Celeste Impero, che punta a decarbonizzare la propria economia entro il 2060.

Semplicemente, le emissioni di anidride carbonica, hanno cominciato a diminuire o, quantomeno a stabilizzarsi. Perché? Uno dei motivi emerge abbastanza chiaramente da un report del Centre for research on energy and clean air e della Asia society policy institute. Il fatto è che la devastante crisi immobiliare in cui è precipitata la seconda economia globale ha contribuito alla lotta all’inquinamento. Come si legge nel documento, infatti, le emissioni di anidride carbonica della Cina hanno iniziato a diminuire leggermente a marzo 2024, stabilizzandosi nel terzo trimestre dell’anno. Uno dei fattori che hanno giocato un ruolo e sostenuto questa tendenza, “è un effetto collaterale agrodolce della crisi immobiliare del Paese: con una minore domanda di edifici, il settore ha prodotto meno emissioni di CO2”.

Nel dettaglio, la variazione annua delle emissioni di anidride carbonica della Cina da combustibili fossili e cemento ha visto un calo di 90,3 milioni di tonnellate di CO2 nel settore dei materiali da costruzione per il periodo da marzo a dicembre 2024. Le emissioni hanno frenato poiché la crescita dell’offerta di elettricità pulita ha coperto tutta la domanda di elettricità, mentre le emissioni derivanti dalla produzione di cemento e acciaio per i cantieri, sono diminuite a causa della contrazione della stessa domanda di materiali da costruzione. Una situazione che potrebbe anche perdurare, dal momento che la luce per il mattone cinse sembra essere sempre lontana.

I prezzi delle nuove case in Cina continuano a ristagnare e sono rimasti invariati mese su mese a gennaio: il settore immobiliare, colpito dalla crisi, sta ancora lottando per trovare la stabilità, nonostante i continui sforzi del governo per sostenere il mercato. Si tratta dello stesso dato piatto di dicembre, secondo i calcoli di Reuters basati sui dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica. In ottica inquinamento, può essere una buona notizia.

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