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Solo i prossimi mesi ci diranno se Matteo Renzi sarà capace di rispondere alle attese della sua nuova investitura. Se saprà coniugare la più antica sconfitta del referendum, con il successo relativo ottenuto nei gazebo. In definitiva se saprà correggere gli errori e dare nuovo slancio al suo partito, riunificando, intorno alla propria persona, quel gruppo dirigente che non ha subito le sirene della scissione. E sviluppare, con coerenza, una linea che marca, fin da ora, una cesura con la storia più antica di quella formazione politica.

Solo qualche anno fa, una prospettiva di tipo liberal-democratico era appannaggio esclusivo di un pugno di militanti. Il più delle volte discriminati e messi al margine. Oggi è la piattaforma che ha permesso al giovane leader di riunificare quel che resta di un mondo che sembrava tetragono di fronte ad ogni possibile cambiamento: chiuso nella torre d’avorio di una tradizione sempre meno in sintonia con l’evolversi della realtà interna ed internazionale.

Non tutte le resistenze sono scomparse. Ma Renzi ha ormai la forza per neutralizzarle. Specie se la sua linea politica saprà misurarsi con quei fattori sociali – dalla disoccupazione alla povertà – che sono il nutrimento d’ogni massimalismo. Dovrà farlo, tuttavia, non snaturando l’impostazione originaria. Ma rendere chiaro che problemi di quella natura possono essere affrontati e risolti solo se l’Italia tornerà a crescere e svilupparsi. Le presunte scorciatoie legate alla pura redistribuzione del reddito – leggi il “salario di cittadinanza” – sono viottoli che portano direttamente all’inferno.

Una sfida non semplice. Sullo sfondo è il convitato di pietra dell’Europa. Un’Europa da non santificare, ma nemmeno da buttare alle ortiche. Un’Europa con cui misurarsi. In cui essere protagonisti facendo valere le buone ragioni – e sono tante, basta conoscerle – del nostro Paese. In tutti questi anni fin troppo assente nei momenti più importanti: dal fiscal compact al bail in. Solo per scoprire, tardivamente, che quelle matrioske portavano in pancia il virus della crisi. Margini non utilizzati, come mostra in controluce l’esperienza di Mario Draghi. Quel piccolo David che è riuscito a contenere le pretese della Bundesbank e sviluppare una politica monetaria che ha salvato l’euro. Utilizzando solo quella grande forza che deriva dalla reale conoscenza dei problemi e dalla capacità di far prevalere le esigenze oggettive sulle ubbie delle vecchie ortodossie.

Comunque sia, occorrerà una forza maggiore per evitare di cadere nel baratro che si è aperto sotto i piedi della società italiana. C’è una costante nella storia nazionale che non va dimenticata. Dal dopoguerra ad oggi, la crisi economica, legata all’esaurimento di un ciclo, ha sempre determinato un cambiamento radicale nello schema di gioco della politica. Nel 1964, bastò una piccola contrazione del ritmo di sviluppo (dal 6,2 al 3,9 per cento) per far nascere il centro-sinistra e chiudere l’esperienza del centrismo. Nel 1976 fu la prima caduta del Pil, in territorio negativo (meno 2,4 per cento), a rendere necessario il governo di solidarietà nazionale, con l’entrata del PCI nell’area di governo. Ed ancora, nel 1983, con un Pil che rimbalzava di qualche decimale sul fondo limaccioso della “crescita zero” fu la volta di Bettino Craxi. Rimase in carica per 1.093 giorni. Un record battuto solo da Silvio Berlusconi, anni luce dopo.

Nel frattempo la crisi del 1993, che segnò una caduta del Pil di 0,8 punti, determinò il superamento del vecchio proporzionalismo e la nascita di quell’incerto bipolarismo, che, ancora oggi, si trascina. Nel 2009 il Pil italiano è diminuito del 5,5 per cento ed ancora del 2,8 per cento nel 2012 e dell’1,7 per cento l’anno successivo: la crisi più lunga e devastante della storia italiana dagli anni ’50 in poi. Mai una caduta del Pil fu così dirompente. Mai la successiva ripresa così incerta ed asfittica. In tutti gli altri casi considerati, già l’anno successivo era già tornato il sereno. Il passaggio di fase politica, in altre parole, aveva contribuito a dare nuovo slancio e contenere gli effetti perversi di un ciclo che si era ormai esaurito.

Quei 5 e più punti di Pil che ancora ci dividono dal 2007 stanno a dimostrare che qualcosa deve ancora accadere. Che la società italiana non è ancora riuscita a trovare la ricetta che le possa consentire, come avvenuto in passato, di superare il peggio e tornare verso una relativa normalità. Con un tasso di crescita forse minore, rispetto agli anni precedenti. Ma comunque in grado di sostenere le aspirazioni della maggior parte del suo popolo. Sarà necessario, anche questa volta, un cambiamento dello schema di gioco, che consenta quel rinnovamento della politica che, negli anni passati, ha comunque funzionato?

Questo è l’interrogativo che sta di fronte a tutte le forze politiche italiane. E che pesa come un macigno sulle incerte prospettive del futuro. Per la prima volta si è, infatti, di fronte al rischio di discontinuità profonde. A fratture di tipo antropologico. Non è più la vecchia classe dirigente che si rinnova, portando alla superficie esperienze maturate nei lunghi anni di opposizione. Ma l’inesperienza che nasce solo dalla rabbia. Una cultura che è tutta dentro la crisi. Ma proprio per questo non riesce a vedere il bandolo della matassa per tentare di superarla. E’ la sindrome del barone di Munchhausen che per uscire dalle sabbie mobili si afferra per i capelli per tirarsi fuori. Ma quello era il mondo fantastico di Rudolf Erich Raspe. Qui stiamo parlando di una realtà che può ulteriormente degenerare. Fino a determinare la rottura di ogni schema di gioco. E con esso la messa in discussione di valori fondamentali per le stesse sorti della democrazia italiana.

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