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Con la conta dei morti che sale di giorno in giorno in Venezuela, da più parti si leva la richiesta che il Papa intervenga a mediare tra le parti in contesa. Anche dodici membri dell’Organizzazione degli Stati latinoamericani hanno auspicato che Francesco faccia sentire la sua voce per costringere quantomeno i governativi e le (tante) opposizioni a sedersi attorno allo stesso tavolo. Eppure, la Santa Sede mantiene un profilo basso, che stride se paragonato all’azione dispiegata per avvicinare Cuba e gli Stati Uniti, secondo alcuni osservatori.

LE RICHIESTE GIUNTE A ROMA

Per comprendere le motivazioni di tale atteggiamento, è necessario riportare le lancette indietro di qualche mese. Da tempo (anni, ormai) si invoca a Caracas l’intervento della Santa Sede, che però ha percepito – a ragione – di essere strattonata dai contendenti, desiderosi di avocare alla propria parte il sostegno del Papa e della Chiesa di Roma. Incontri tra i governativi fedeli al presidente Nicolas Maduro e gli oppositori ce ne sono stati: due, per l’esattezza, nello scorso autunno. Con il favore prudente del Vaticano. Il problema è che la richiesta di intervento di Roma è divenuta un pretesto per guadagnare tempo e spazio nel dibattito locale, senza un reale desiderio che la Santa Sede “faciliti” il raggiungimento di un accordo che possa quantomeno fermare le violenze in corso.

(LE FOTO DELLA REPRESSIONE DI MADURO IN VENEZUELA)

LA LETTERA DEL CARDINALE PAROLIN

A tal proposito è utile riprendere in mano la lettera che lo scorso dicembre il cardinale Pietro Parolin (nella foto), segretario di Stato e grande conoscitore della realtà venezuelana (vi è stato nunzio apostolico per cinque anni, fino al 2013), inviò a diverse personalità del Paese che fu dominato da Hugo Chavez. Una missiva lunga e dettagliata che fissava le condizioni per il coinvolgimento del Vaticano: autorizzazione all’invio di assistenza umanitaria, liberazione dei prigionieri politici, un calendario elettorale definito, la restituzione delle prerogative al Parlamento. Chiariva, Parolin, che “la Santa Sede sarebbe molto felice se la natura della sua presenza nel dialogo fosse ben chiara per tutti, da tutti rispettata, promossa e, se necessario, resa pubblica (anche dalle parti), dinanzi a interpretazioni equivoche o interessate”. Il segretario di stato sottolineava inoltre che l’eventuale azione di Roma non era quella di “mediatrice”, bensì che il Vaticano sarebbe stato eventualmente un “facilitatore” nei delicati negoziati.

“FACILITATORI, NON MEDIATORI”

Il problema è che a oggi, dopo il fallimento del terzo incontro tra le parti previsto a gennaio, né il governo né le opposizioni hanno chiesto al Papa di farsi “facilitatore”. Anzi, la lettera di Parolin è stata oggetto di attacchi ripetuti da parte dell’entourage di Maduro. Il primo vicepresidente del Partito socialista venezuelano, Diosdado Cabello, prima ha osservato che la missiva non è del Papa ma del segretario di stato, quindi ha definito il capo della diplomazia vaticana un “alleato dell’oligarchia imperialista”. Si spiega così la prudenza di Roma, che non vuole essere essere strattonata e coinvolta senza il previo consenso delle parti in gioco. Che poi la posizione sia chiara lo dimostra il messaggio che lo stesso Parolin, a nome di Francesco, ha trasmesso al cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, la scorsa settimana. Parole di vicinanza, “solidarietà e fratellanza dopo le aggressioni subite da parte di gruppi radicali anti religiosi e anti ecclesiastici” che hanno turbato la celebrazione della messa nella Basilica di Santa Teresa, il 12 aprile.

(LE FOTO DELLA REPRESSIONE DI MADURO IN VENEZUELA)

Pietro Parolin

Perché per il Vaticano è arduo mediare nella crisi del Venezuela

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