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Secondo gli antropologi, l’85 percento delle società nella storia ha permesso ai maschi di avere più di una moglie alla volta. Oggi però, con poche e scandalose eccezioni, la poligamia non è praticata dagli occidentali – se non limitatamente attraverso il meccanismo dei divorzi seriali. Il perché non è affatto chiaro. Joseph Henrich (University of British Columbia), Robert Boyd e Peter Richerson (entrambi dell’University of California) in un loro studio, “The puzzle of monogamous marriage”, esaminano il tema partendo dalla constatazione che, per considerazioni “sia empiriche che evolutive”, le forti differenze di ricchezza personali dovrebbero favorire i matrimoni multipli. I tre notano come, in tutta la storia umana, il possesso di più mogli sia sempre stato associato a uno status alto, alla marcata prosperità e, in genere, al potere.

Con lo sviluppo delle società complesse dopo la scoperta dell’agricoltura, i potenti immancabilmente assemblavano degli arem immensi. Secondo le cronache buddiste dei Jātaka, il Re Tamba di Benares (a.C. 600), ebbe un’arem di 16mila “mogli”. Meglio documentato è il caso del Sultano Moulay Ismai’l ibn Sharif del Marocco, che regnò dal 1672 al 1727. Oggi è noto soprattutto per essere stato il padre più prolifico di tutti i tempi. Avrebbe dato oltre 800 figli alle 500 donne del suo arem, trovando a tempo perso modo di consolidare la dinastia Alawide che controlla tutt’oggi il trono marocchino, forse favorito dall’ampio parentado.

Erano però altri tempi e a Henrich, Boyd e Richerson interessa spiegare il sorprendente trionfo moderno del modello “semplificato” occidentale. In sintesi, suggeriscono che la soppressione della fortissima concorrenza per impalmare le poche donne rimaste in circolazione abbia liberato le energie sociali per altre finalità e, soprattutto, avrebbe ridotto drasticamente il numero dei giovani maschi senza moglie, e dunque insufficientemente addomesticati per creare una società avanzata.

Secondo gli autori, la monogamia riduce il gap d’età tra sposo e sposa, favorendo la fertilità e smussando la disuguaglianza tra i sessi. Inoltre, in termini economici, sposta “l’investimento” dalla ricerca della moglie alla paternità. Così conserva i risparmi e incoraggia a occuparsi di più della futura produttività della prole. La monogamia è dunque una meraviglia. È però possibile, con la progressiva decostruzione delle forme più tradizionali del matrimonio occidentale, che lo studio arrivi tardi. Sia la pressione dell’Islam sia l’apertura ai matrimoni gay hanno dato speranza ai nostalgici in tutto il mondo che – spesso partendo da uno sfondo religioso – non vedono l’ora di ripristinare la sana vita matrimoniale dei patriarchi.

La poligamia è legale in oltre un quarto dei paesi del globo, perlopiù quelli islamici, ma ultimamente aveva languito. Pure sotto l’Islam le donne guadagnano terreno, tranne forse la parlamentare irachena Jamila al-Obeidi, che il 12 marzo ha introdotto un disegno di legge per sostenere finanziariamente gli uomini ancora disposti a prendersi più di una moglie perché, dice, bisogna stimolarli ad occuparsi delle vedove e divorziate nel Paese. La irachena Noor Economic Magazine ha così commentato la notizia: “La maggior parte degli iracheni riesce a malapena a sostenere una sola famiglia, tanto meno assumersi la responsabilità di altre ancora”. Sì, perché non di rado anche le odalische “tengono famiglia”…

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