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Scontro ad alzo zero fra Stati Uniti e Russia su Libia e Afghanistan. Ecco parole e fatti.

All’inizio di questo mese, davanti ai membri della Commissione Forze armate del Senato americano, Joseph Votel, il capo del CentCom (il comando del Pentagono che si occupa di Medio Oriente), ha detto che secondo la sua opinione l’assertività russa sta crescendo per aumentare la propria influenza in “alcune aree critiche”. E ha portato gli esempio: oltre alla Siria, l’Afghanistan e la Libia. Attività volta a “minare gli interessi di Stati Uniti e Nato”, ha spiegato.

Giovedì 23 marzo, il generale Curtis Scaparrotti, il comandante della Nato in Europa, parlando anche lui davanti alla stessa Commissione, ha detto che ci sono prove che la Russia stia dando sostegno politico – e “probabilmente” passando “aiuti” (senza indicare quali) – ai ribelli Talebani in Afghanistan. Negli ultimi mesi i ribelli hanno vissuto un periodo positivo, conquistando varie parti di territorio: per esempio, nello stesso giorno in cui Scaparrotti parlava in Senato, il distretto di Sagin cadeva nelle mani talebane. Il fine dell’assertività russa, anche in questo caso, sarebbe quello di complicare la situazione per il governo filo-Nato di Kabul.

Il 24 marzo il generale Thomas Waldhauser, capo dell’Africom (il comando del Pentagono che invece gestisce l’Africa), ha avvisato i giornalisti che le segnalazioni stampa uscite una decina di giorni prima sulla presenza di militari delle unità speciali russe nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale della Libia, erano giuste. L’intelligence americana le può confermare, e quei soldati sono lì per cercare di influenzare la situazione, ha spiegato Waldhauser.

La Libia sta vivendo un picco di instabilità, con il governo onusiano di rappacificazione che trova opposizione sia dall’Est sia da alcune fazioni tripoline. La Russia sostiene apertamente la grande milizia armata che controlla il territorio orientale, ma poche settimane fa anche il leader dell’opposizione con sede a Tripoli, l’ex premier illegittimo Khalifa Ghwell, ha avuto incontri riservati a Mosca (con funzionari del governo e militari).

Sabato 25 marzo, Rose Gottemoeller, vice segretario generale della Nato, durante la plenaria del Forum del German Marshall Fund a Bruxelles, ha detto che mentre l’Alleanza è alla ricerca dei modi per stabilizzare la Libia l’interferenza russa non pare andare verso lo stesso obiettivo e per questo è sempre più preoccupante.

Da Mosca rispondono a certe analisi, segnalazioni, opinioni, declinando ogni genere di accusa. La via ufficiale prende dialettiche più diplomatiche, ricordando come l’impegno della Russia è volto alla stabilizzazione (che in effetti sarebbe la realtà necessaria affinché il quadro d’influenza russo nel Mediterraneo possa mettersi in pratica); mentre la via ufficiosa non lesina su accuse di paranoia nei confronti dell’Occidente.

Le preoccupazioni espresse da alcuni dei massimi quadri militari americani e alleati si scontrano con le dichiarate volontà della nuova Casa Bianca di collaborare di più con Mosca. Volontà rallentate dal procedere delle indagini sulle possibili collusioni tra uomini di Donald Trump e funzionari russi. Collusioni su cui l’Fbi ha aperto un’inchiesta per verificare se l’assertività di Mosca s’è spinta fino a creare uno schema condiviso per favorire uno dei due candidati in lizza per la presidenza americana. Magari quei generali stanno lasciando un messaggio all’amministrazione.

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