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Uno dei temi certamente più suggestivi e interessanti oggi è la questione dei nuovi scenari politici che si va delineando a livello mondiale proprio nella seconda parte di questo nostro decennio. La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, la forte affermazione dei movimenti nazionalisti in Francia, in Germania, in Inghilterra e i consolidati sovranismi dell’est esortano ad aprire una riflessione attenta anche nel nostro Paese, da sempre caratterizzato da proprie originalità e da esclusive e consolidate anomalie storiche.

In tal senso l’intervista di Francesco D’Onofrio, pubblicata su Formiche.net, costituisce un ottimo strumento per avviare un ragionamento generale in merito alle identità che attualmente possono avere in Italia centrosinistra, centrodestra e M5s.

La tesi di D’Onofrio è chiara: rispetto a ieri, in cui il baricentro ruotava attorno alla figura di Silvio Berlusconi, oggi ci troviamo davanti a un binomio scandito da temi di carattere quasi filosofico e di natura essenzialmente politica. In modo sintetico la distinzione sarebbe tra chi è europeista e chi è sovranista, vale a dire tra coloro che si considerano ancora a favore del progetto unitario, e con ciò positivi a una versione continentale della globalizzazione, e coloro che invece sono motivati maggiormente dal ritorno a una politica sovranista, e dunque nazionalista.

Questa constatazione è ritenuta rilevante specialmente perché costringerà inevitabilmente i grillini a dover passare da ago neutro della bilancia a parte in causa, dovendo scegliere dove collocarsi.

La faccenda, così ben impostata, scommette sul fatto che le affinità tra popolari e socialisti siano oggi maggiori rispetto a quelle tra europeisti e sovranisti, avallando implicitamente l’idea che il progetto internazionale della destra sia destinato a restare nei confini di un’ipotesi populista contrapposta all’arco politico della governabilità internazionale.

Io, per mio conto, credo che il tema odierno sia un po’ diverso. La situazione planetaria sta certamente modificando le geometrie, sta portando a un ritorno alla filosofia politica, modificando anche gli schemi occidentali cui siamo abitati a far valere pure in casa nostra.

La novità vera è che, dopo decenni di contrapposizione tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista, e dopo vent’anni di personalizzazione dello scontro politico, oggi dobbiamo fare i conti con due nuove realtà: la prima che la società italiana è molto cambiata, la verità cristiana non è più parte maggioritaria del senso comune e la cultura laica non è più marxista ma relativista e libertaria; la seconda che la destra ha cambiato forma, da minoranza ghettizzata e rivolta a un passato nostalgico è diventata il concreto fattore propulsivo dell’ordine mondiale.

Da questa situazione derivano due conseguenze, a mio avviso, sostanziali per l’Italia. La prima è la fine del centrismo come lo abbiamo conosciuto sinora. E la seconda è la fine del cosiddetto arco costituzionale, con una messa in questione dei fondamenti stessi della democrazia rappresentativa, un tempo principi accettati come dogmi ereditari indiscussi del dopoguerra.

Non è facile dire quale sarà lo scacchiere che uscirà dalle urne italiane: come si dice, dipenderà dalla legge elettorale e soprattutto da come i cittadini leggeranno il nostro tempo. Ma non credo che l’alternativa sia esclusivamente Europa sì o no e globalizzazione o nazionalismo, bensì come essere conservatori o progressisti nella democrazia di domani.

Il futuro dei cosiddetti moderati sarà o condividere una linea riformatrice in senso volontarista, ben espressa in questo momento dalla leadership di Matteo Renzi, scommettendo quindi sulla capacità della politica di innovare e governare i processi in corso attraverso l’azione espansiva dei diritti individuali; oppure pensare in modo deciso che il viatico per l’Europa e per la globalizzazione debba muovere dai popoli, dalle nazioni e da una premessa – un tempo si sarebbe detto da un “preambolo” – comunitaria, ossia costruita a partire dalle particolarità dei soggetti nazionali e dalle loro relative e forti identità.

Non è, insomma, Europa o nazione a creare il contrasto, ma il modo in cui queste due effettività verranno composte in programmi che prevedano ineluttabilmente entrambe, con un primato però o dell’Identità democratica o della volontà rappresentativa.

In fondo oggi dobbiamo scegliere se essere conservatori o liberali, e non tanto se essere europeisti o nazionalisti, popolari o socialisti, partendo dalla necessità di dare un significato innanzitutto filosofico a queste definizioni. Non sono trascurabili, in tal senso, le posizioni divergenti sull’ecologia e sui temi etici. Anche in questo frangente, infatti, il dilemma è se risolverli sulla base della solo autorealizzazione individuale o se optare per la salvaguardia dei limiti comunitari che la verità umana e naturale impone all’azione volontaria del singolo.

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