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Il vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence avrebbe usato un indirizzo di posta elettronica privato per gestire le sue comunicazioni istituzionali durante il periodo in cui era governatore dell’Indiana. A scoprirlo è stato un giornale locale, l’Indianapolis Star (parte del network di USA Today, che ha una linea vicina ai repubblicani). Dunque il VP di Donald Trump, suo stretto alleato e ovviamente compagno di viaggio durante la campagna elettorale, s’è macchiato della stessa colpa di cui si macchiò Hillary Clinton.

LE MAIL

L’ufficio del vice presidente ha confermato che effettivamente Pence ha usato sia l’account email pubblico che quello personale, sottolineando che le leggi dell’Indiana permettono agli amministratori di mantenere un indirizzo email privato. Pence avrebbe fatto circolare sul suo account AOL informazioni anche riservate, come per esempio un report dell’Fbi che ragguagliava l’ufficio del governatore su una serie di arresti di elementi legati allo Stato islamico, oppure informazioni su come l’Indiana si stava attrezzando davanti alla minaccia terroristica globale, o ancora sui suoi sforzi per prevenire il reinsediamento nello stato dei profughi siriani. Le informazioni, contenute in un documento di 29 pagine, sono state rilasciate dalla segreteria di Eric Holcomb, che ha preso il posto di Pence come governatore, su richiesta di accesso agli atti presentata dal giornalista Tony Cook che ha seguito l’inchiesta; per quattro mesi, prima che Pence lasciasse l’incarico, l’accesso fu negato. Alcune informazioni tuttavia sono state mantenute segrete per via della riservatezza dei contenuti.

COME HILLARY

Anche la candidata democratica ai tempi in cui ricopriva il ruolo di segretario di Stato per Barack Obama avrebbe fatto transitare migliaia di mail su un server privato, anche se contenevano informazioni istituzionali. Non si trattava di un reato, ai tempi di Clinton, che riconsegnò i messaggi dopo averli filtrati da alcune comunicazioni personali (che furono cancellate). Però l’Fbi aprì comunque un’inchiesta su di lei per verificare se tra quei messaggi transitati sul server personale ci fossero anche documenti riservati (c’erano), cancellazioni improprie (c’erano) e ancora, un’intenzione di nascondere qualcosa del suo operato (non c’era): l’inchiesta si concluse senza condanne, il direttore dell’Fbi James Comey rimproverò severamente e in via ufficiale Clinton accusandola di negligenza, ma il Bureau ritenne che di più non c’era, ossia Clinton e il suo staff non avevano intenzione di sottrarre quei messaggi agli occhi del governo per portare avanti i propri interessi. La vicenda accompagnò buona parte della campagna elettorale, e fu uno degli aspetti che intaccarono la fiducia degli elettori nella candidata democratica, anche perché tutti i suoi avversari, e Trump con più forza degli altri, ci giocarono molto per capitalizzare la sfiducia e trasformarla in proprio consenso, anche costruendoci intorno notizie alterate e false. Alla convention di Cleveland durante il suo intervento, l’allora advisor trumpiano Michael Flynn, poi diventato Consigliere per la Sicurezza nazionale già dimessosi per aver mentito all’Fbi sulle sue relazioni con funzionari russi, fomentò la folla dal palco con un coro diventato uno degli slogan della campagna: “Lock her up! Lock her up!“, arrestatela, arrestatela, rivolto a Clinton. A settembre Pence durante “Meet The Press” della NBC disse che Clinton era “il più disonesto candidato dopo Nixon” riferendosi proprio alla vicenda dell’Emailgate. Il 27 luglio durante un comizio Trump chiese, più o meno ironicamente, ai servizi segreti russi di scovare le 30mila mail cancellate da Clinton, la cui campagna era oggetto già di quegli hacking per cui si incolpano elementi russi legati alle agenzie governative.

GLI HACKER

La linea difensiva di Pence passa da un punto fermo: un governatore non maneggia informazioni altamente riservate come quelle del segretario di Stato, e dunque non c’è paragone. Alla fine del mandato, ha spiegato il portavoce Marc Lotter, Pence ha dato l’incarico allo studio legale Barnes & Thornburg di eseguire uno screening delle mail e trasmettere tutto per la registrazione secondo il Public Records Act statale. Però oltre a garantire massima trasparenza sull’operato mentre si riveste un ruolo pubblico, il problema per cui le comunicazioni istituzionali devono essere appoggiate su server governativi è il rischio di interferenze e azioni di pirateria informatica. Per esempio, un amministratore potrebbe finire tra i bersagli degli hacker, i quali potrebbero rubare comunicazioni su argomenti riservati (non è fantascienza, in uno sviluppo parallelo è quello che è successo durante le presidenziali americane ai danni di diversi esponenti democratici per opera di pirati informatici russi). I server governativi di solito hanno protezioni più alte e controlli continui, per questo sono stati finora consigliati, ora obbligatori. Molte delle critiche più misurate riguardo all’operato di Clinton ruotano e ruotavano proprio su questo punto: si è esposta, ha esposta delicate questioni di sicurezza nazionale a potenziali attacchi. A Clinton però non successe di essere colpita da cyber-attack, a Pence invece sì. Il suo account personale è stato hackerato la scorsa estate. Un hacker, entrato nel suo indirizzo email con un phishing, inviò un falso messaggio ai suoi contatti dicendo che Pence e la sua famiglia erano stati rapinati mentre erano in vacanza nelle Filippine. Pence accortosi dell’intrusione inviò un’altra mail ai suoi contatti scusandosi per il disagio, aprì un altro indirizzo AOL e continuò comunque a usarlo dice l’Indy Star. A quei tempi Pence era già candidato VP e già tra i più intimi collaboratori dell’attuale presidente.

pence

Mike Pence usava un server mail privato come Hillary Clinton

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