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Oltre che a sinistra, dove i partiti si contendono sempre più numerosi un elettorato sempre più ristretto o recalcitrante, acque agitate anche a destra. Dove Silvio Berlusconi ne ha combinata un’altra delle sue facendo saltare la classica mosca al naso al già sospettoso e irrequieto segretario del Carroccio Matteo Salvini.

Il presidente di Forza Italia ha confermato in persona le voci che gli avevano già attribuito la voglia di sponsorizzare il governatore leghista del Veneto Luca Zaia per la leadership di un nuovo centrodestra, nel caso in cui  lui non facesse in tempo a recuperare la candidabilità prima delle elezioni, anticipate o ordinarie che siano: cioè, in autunno o nei primi mesi dell’anno prossimo, essendo ormai impossibile un anticipo a giugno.

Zaia si è nuovamente tirato indietro, sapendo quanto a quel ruolo tenga Salvini. Che, dal canto suo, stanco dei rifiuti opposti tante volte da Berlusconi alla prospettiva delle primarie tenacemente perseguita dai leghisti e dai Fratelli d’Italia, ha colto questa occasione per moltiplicare i dubbi che già aveva sulla proposta appena formulata da Giorgia Meloni di tentare liste e candidature comuni di centrodestra per  le elezioni amministrative della primavera prossima. Dovranno andare alle urne circa dieci milioni di italiani per rinnovare i consigli comunali, fra l’altro, di Genova, La Spezia, Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Lodi, Parma, Piacenza, Padova, Verona, Belluno, L’Aquila, Pistoia, Lucca, Rieti, Frosinone, Lecce, Taranto, Catanzaro, Palermo, Trapani e Oristano.

Si tratta dello stesso turno elettorale che Renzi ha voluto precedere col congresso del Pd per evitare che un insuccesso fosse cavalcato dai suoi avversari interni per precludergli davvero una conferma a segretario.

Non mancano certamente precedenti di elezioni amministrative, e regionali, costate moltissimo a leader che sembravano forti. Massimo D’Alema ci rimise nel 2000 la presidenza del Consiglio e Walter Veltroni nel 2009 la segreteria del Pd, anche se ha cercato nell’intervista di domenica scorsa a Eugenio Scalfari di dare un’altra motivazione alle sue dimissioni, sostenendo di avere mollato per  il gioco paralizzante e tossico delle correnti. Che d’altronde è proseguito anche dopo di lui.

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Alla sortita di Berlusconi il segretario leghista non si è limitato a riproporre per la leadership le primarie invise all’ex Cavaliere e a candidarvisi personalmente. Egli ha anche accusato Berlusconi di volere “seminare zizzania fra noi”, cioè fra i leghisti.

Questa accusa non va sottovalutata perché somiglia terribilmente a quella che Umberto Bossi nell’autunno del 1994 rivolse all’allora presidente del Consiglio. Che ai primi cenni di insofferenza dell’allora leader della Lega, scatenato contro la riforma delle pensioni messa in cantiere dal ministro del Tesoro Lamberto Dini, cercò di dividere le truppe parlamentari del Carroccio. L’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, per esempio, si espresse contro una crisi di governo.

Fu proprio a quel punto che Bossi, intimando allo stesso Maroni le dimissioni, fece precipitare la situazione e, favorito dall’avviso a comparire mandato a Berlusconi dalla Procura di Milano a mezzo stampa, durante una conferenza dell’Onu a Napoli sulla lotta alla malavita internazionale, ne volle e provocò la caduta.

Ci vollero più di cinque anni e la sconfitta elettorale del 1996 perché Berlusconi riuscisse a ricucire i rapporti con la Lega e a vincere le elezioni del 2001. Ora, a parte il quadro politico del tutto cambiato, per esempio con la presenza dei grillini, è anche umanamente o anagraficamente difficile che Berlusconi possa avere tanto tempo a disposizione per rimediare ad una vera rottura con Salvini. A meno che egli in cuor suo non abbia più in testa il centrodestra.

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A sinistra fa notizia il telefonino, o cos’altro è il cellulare di Michele Emiliano. Che non è più caldissimo come nei giorni in cui  il governatore pugliese era incerto se seguire gli altri concorrenti alla segreteria del Pd sulla strada della scissione o rimanere per continuare a mettere in croce nel partito, come si compiaceva di dire agli amici, il segretario falsamente dimissionario Matteo Renzi. Falsamente, perché l’ex presidente del Consiglio, in realtà, si è dimesso dalla guida del Pd non per ritirarsi, come gli avversari speravano o reclamavano per il bene dell’unità del partito.

Secondo i soliti retroscenisti maliziosi sarebbe letteralmente crollato sul cellulare del governatore pugliese, in particolare, il traffico degli sms, vista l’abitudine di Emiliano, appena appresa leggendo le cronache giudiziarie, di conservarli per anni e utilizzarli nelle circostanze che dovessero rivelarsi utili. E’ ciò che è accaduto al ministro Luca Lotti e, si presume, anche al padre di Renzi, Tiziano, che fra il 2014 e il 2015 mandarono messaggini all’allora sindaco di Bari su cui Emiliano è stato chiamato a testimoniare domani negli uffici della Procura di Roma dagli inquirenti di una vicenda, in verità, successiva a quegli sms. Che tuttavia potrebbero aiutare i magistrati a capire i rapporti fra Lotti, Tiziano Renzi e l’imprenditore Carlo Russo, coinvolti a vario titolo in una inchiesta sugli appalti della Consip: una società del Ministero dell’Economia che gestisce acquisti e forniture della pubblica amministrazione per importi miliardari.

Al di là delle stesse intenzioni di Emiliano, chiamato a testimoniare in Procura dopo avere parlato dei messaggini del 2014 e 2015 a un cronista del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, le ricadute mediatiche della sua testimonianza e degli eventuali sviluppi delle indagini giudiziarie potrebbero interferire nella campagna congressuale del Pd. Lo dimostra, fra l’altro, la tempestività con la quale Roberto Speranza, pur dalla tolda del partito nato dalla scissione piddina, ha aggiunto alle vecchie accuse a Renzi quella di una gestione “familistica” della politica. Familistica, naturalmente, da famiglia. Per cui molti hanno avvertito, a torto o a ragione, un’allusione all’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il padre dell’ex presidente del Consiglio con l’accusa di traffico d’influenze illecite.

Questa storia purtroppo è entrata ormai a gamba tesa nelle già arroventate e velenose polemiche sul passato e sul futuro politico di Matteo Renzi.

Tutte le inquietudini di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi

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