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Se si cerca in Internet Agricoltura 4.0 si scoprono due cose molto interessanti: la prima è la grande attenzione dedicata dai media a questo tema, attenzione raramente rivolta al settore primario, se non in occasione di crisi sanitarie che allarmano i consumatori; la seconda è la sorprendente quantità e qualità di nuove tecnologie già disponibili per un’agricoltura sostenibile.

Questi due aspetti vanno di pari passo: lo sviluppo di tecnologie di precisione basate sulla robotica e sulla micro-digitalizzazione a supporto di un settore considerato (a torto) tradizionale e maturo restituisce l’immagine di un’agricoltura moderna, al centro di un sistema agroalimentare che si fonda su sofisticati input tecnologici e su prodotti sempre più ricchi di contenuto innovativo. Nella nuova articolazione della catena del valore che ne deriva, l’agricoltura avrebbe le carte in regola per rivendicare la sua centralità e il suo ruolo di snodo, come innesco di percorsi tecnologici avanzati e per la fornitura di servizi innovativi.

Si tratta di processi ancora in formazione, ma molto lontani dai caratteri di arretratezza e marginalità del piccolo mondo antico dell’agricoltura e della ruralità dei nostri padri, che pure sono ancora presenti in non poche realtà del nostro Paese. Come va letta quest’evoluzione? Un paio di questioni sembrano essere rilevanti. La prima è il crescente interesse verso l’agricoltura come settore professionale e, soprattutto, imprenditoriale. Al ricambio generazionale che – sia pure timidamente – si è manifestato negli ultimi anni, corrisponde un nuovo approccio degli imprenditori agricoli verso la produzione di beni e servizi aziendali, non sempre e non necessariamente agricoli, che trova riscontro nell’uso di nuove tecnologie per risparmiare tempi e costi, per razionalizzare i lavori aziendali (tramite strumenti quali microsensori, droni, gocciolatori di precisione) e, in definitiva, per aumentare e rendere più stabili i redditi. Se a questo aggiungiamo il processo di diversificazione delle attività agricole e la riduzione della fatica e dei disagi consentita dalle nuove tecnologie, si comprende come l’agricoltura stia diventando un luogo di attrazione per i giovani imprenditori.

La seconda questione rilevante è il cambiamento in atto nelle politiche per l’agricoltura e le aree rurali, a cominciare dagli stessi obiettivi di tali politiche. Al riguardo, le considerazioni svolte dalla Fao e da altre agenzie internazionali circa l’esigenza di produrre di più e meglio per soddisfare i bisogni alimentari e sanitari del pianeta, prefigurano un nuovo cambio di paradigma. Dopo il passaggio dal modello produttivista di agricoltura intensiva degli anni Sessanta a quello di agricoltura estensiva, attenta alla qualità più che alla quantità e produttrice di beni e servizi pubblici ambientali e territoriali, si va verso un paradigma di produttivismo responsabile e sostenibile, basato sulle nuove tecnologie digitali, sulla robotica e sulla genomica. Si tratta, infatti, di trovare la formula per aumentare la produzione di cibo sano e a buon mercato, senza causare danni ambientali irreversibili e pressione sulle risorse, ma anzi contribuendo a una gestione razionale del sistema acqua-suolo-vegetazione-allevamenti e a mitigare i cambiamenti climatici. Siamo quindi a una svolta nel ruolo dell’agricoltura e delle aree rurali nel mondo contemporaneo? Probabilmente sì, ma non bisogna lasciarsi andare a facili entusiasmi.

Per quanto riguarda il nostro Paese, i vantaggi dell’applicazione delle nuove tecnologie di agricoltura 4.0 sono già realtà in alcuni specifici contesti, ma vanno ricordati i tanti fattori che, nel nostro sistema agricolo e rurale, sono di ostacolo alla loro diffusione: la piccola e a volte piccolissima maglia aziendale, le pendenze dei terreni nelle aree interne e di montagna, la carenza di infrastrutture e di collegamenti tra aree urbane e rurali, la carente diffusione della banda larga, indispensabile per le nuove tecnologie.

Un altro aspetto non secondario riguarda la spinta differenziazione del prodotto e la forte integrazione tra materie prime e prodotti trasformati che caratterizza il nostro sistema agricolo e agroindustriale. Su questo terreno, infatti, un effetto collaterale negativo di una diffusione mal gestita dell’agricoltura 4.0 potrebbe essere l’eccessiva semplificazione e standardizzazione dei processi produttivi. Se, da un lato, l’uso di droni o di macchine auto- guidanti incentiva l’uniformità dei prodotti e delle tecniche di coltivazione, dall’altro potrebbe mal conciliarsi con le peculiarità delle differenti tecniche di produzione o di allevamento, uno degli ingredienti del successo di alcune nostre produzioni. Se è vero che il contenuto tecnologico di un prodotto cattura maggiore valore aggiunto e rende il bene finale più appetibile, la differenziazione e la riconoscibilità dei prodotti italiani dipende anche dalla speci cità delle tecniche produttive e dalla stretta relazione tra territorio, materia prima e trasformazione.

In definitiva, siamo di fronte a una svolta importante per il settore agricolo, necessaria e benvenuta per superare il vecchio e finora irrisolto coflitto tra quantità, qualità e impatti ambientali della produzione di alimenti. Tuttavia, proprio perché abbiamo sempre difeso la molteplicità dei modelli di agricoltura e l’importanza della conoscenza, del capitale umano e delle diversità produttive, facendone un punto di forza della nostra agricoltura, non possiamo oggi lasciarci andare a facili entusiasmi per una nuova rivoluzione agricola da accettare acriticamente. Piuttosto, senza erigere barriere difensive e senza alimentare paure ingiustificate, dobbiamo attrezzarci per governare la tecnologia, ricercando la giusta miscela di imprenditorialità, scienza e tradizione, per uno sviluppo agricolo, rurale e alimentare equilibrato e sostenibile.

Raffaele Borriello, direttore generale dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea)

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