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L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn potrebbe scambiare la sua testimonianza alle indagine sui rapporti tra lo staff del presidente Donald Trump e la Russia, con l’immunità. Almeno secondo le informazioni ottenute dal Wall Street Journal tramite un comunicato firmato dall’avvocato di Flynn, Robert Kelner che ha scritto: “Nessuna persona ragionevole” in questo momento “si farebbe interrogare in un ambiente così politicizzato e da caccia alle streghe senza delle assicurazioni sulla propria immunità”.

Flynn, scelto da Trump per guidare il più importante organo di politica di sicurezza della Casa Bianca, era stato costretto a dimettersi proprio per una vicenda che riguardava i suoi rapporti con Mosca. L’ex generale aveva mentito all’Fbi e al vice presidente Mike Pence su alcuni contatti avuti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergei Kislyak. In quelle conversazioni Flynn aveva parlato “per conto dell’amministrazione” (non è chiaro se sotto incarico di qualcuno o per sua spontanea volontà, e qui vertono i dubbi degli inquirenti) dell’abolizione di alcune sanzioni alla Russia. Oltre ad aver dato una versione mendace ai Federali, un reato, e al VP (un imbarazzo per l’amministrazione), Flynn ha anche violato un’altra legge che vieta a chiunque di trattare argomenti di politica internazionale per conto del governo degli Stati Uniti: questo perché i contatti e le promesse fatte a Kislyak erano precedenti all’insediamento di Trump, avvenuti durante la fase di transizione e prima che la nomina di Flynn venisse formalizzata.

La vicenda è un ulteriore tassello sull’indagine che sia l’Fbi come controspionaggio, sia le Commissioni gemelle sull’Intelligence di Camera e Senato, stanno svolgendo. Non si sa se c’è stata una formalizzazione dell’offerta, e ancora meno si sa dell’eventuale risposta: “non-starterdefiniscono la proposta alcuni funzionari della commissione del Senato con il Washington Post, perché ancora sono le fasi iniziali dell’indagine e dunque prematuro parlare di immunità per chiunque. La domanda che comunque rimbalza tra i media è: si tratta di un’implicita ammissione di colpa? Oppure è una semplice strategia difensiva per cercare tutele? E ancora di più: fino a che punto potrebbero arrivare le informazioni di cui Flynn è in possesso? L’indagine infatti riguarda un argomento enorme: gli organi inquirenti stanno cercando di capire se lo staff del presidente Trump, ai tempi in cui era ancora un candidato, si sia messo d’accordo con la Russia per facilitare la sua vittoria – preso atto definitivamente dalle intelligence americane che Mosca ha cercato di inserirsi con misure attive all’interno della corsa presidenziale, per sfavorire Hillary Clinton, e proprio per questo l’amministrazione Obama aveva alzato alcune sanzioni il 29 dicembre, giorno in cui Flynn e Kislyak si sono sentiti al telefono diverse volte.

Giovedì il senatore Marco Rubio, repubblicano e candidato alle presidenziali, è stato sentito dalla Commissione della camera a cui appartiene. Rubio ha detto che a luglio (si era ritirato dalla sfida con Trump a marzo) alcuni attacchi hacker hanno cercato di colpire i membri del suo staff. Lo stesso è avvenuto “nelle ultime 24 ore”, prima dell’audizione. Anche Clinton fu colpita da attacchi hacker, guidati dal governo russo per l’Intelligence Community americana, con i quali furono sottratti dossier riservati sul suo conta. Da quelli nacque una campagna diffamatoria. Il 25 marzo Alex Jones, conduttore radiofonico molto conservatore e curatore del sito cospirazionista di destra Infowars, ha pubblicamente chiesto scusa a Clinton per aver diffuso articoli su una delle bufale più famose costruita dopo gli attacchi hacker contro il suo staff: il Pizzagate, ossia una storia assurda che descriveva una pizzeria di Washington come base per attività sataniche e pratiche sessuali su bambini a cui avrebbero partecipato alti funzionari democratici, tra cui il capo della campagna Clinton-2016, John Podesta. La storia fu condivisa da Flynn e da suo figlio sui social network.

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