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Il recente annuncio sul cosiddetto “piano Trump per Gaza”rappresenta più di una semplice esternazione? Qual è l’obiettivo programmatico? Come ogni sette del mese dal sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 – quello che ha dato il via alla violenta reazione israeliane e all’attuale stagione di guerra e destabilizzazione regionale – Formiche.net fa il punto della situazione con Giuseppe Dentice, analista nell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto per gli Studi Politici S. Pio V. Ci eravamo lasciati lo scorso mese in attesa di Donald Trump, entrato nello Studio Ovale il 20 gennaio e nel giro di pochi giorni già protagonista del vortice mediorientale prodotto dall’annuncio di trasformare l’enclave palestinese in una “Riviera del Medio Oriente”, secondo un piano ormai noto che prevede la deportazione degli abitanti locali.

“Quelle dichiarazioni – sottolinea Dentice – non sono frutto di un’uscita estemporanea, bensì sembrano più il riflesso di una strategia che trova radici nell’influenza di alcuni gruppi di pressione filo-israeliani e ambienti ultraconservatori sia negli Stati Uniti che in Israele”.

Il piano proposto, seppur ambiguo in molti aspetti, sembra mirare a una ridefinizione degli equilibri regionali oltre che alla costruzione di un volto per la Striscia. Dentice osserva come questa visione “rappresenti una rottura con la tradizionale politica americana di sostegno alla soluzione dei due Stati, apparentemente ponendo una pietra tombale su ogni ambizione palestinese di riconoscimento statuale”.

Ciò implica anche una pressione crescente sui Paesi arabi, chiamati a scegliere se sostenere gli Stati Uniti o mantenere una linea di appoggio ai palestinesi. Sembra infatti impossibile gestire insieme entrambe le direttrici strategiche.

L’intento del piano, secondo Dentice, è duplice: consolidare il ruolo di Israele nella regione e contenere le influenze di attori considerati ostili, come Iran, Cina e Russia. “Gli Stati Uniti e Israele mirano a giocare un ruolo dominante nella regione per impedire che forze anti-sistemiche possano emergere”, spiega l’analista, sottolineando che questa posizione rappresenta l’opposto del pivot verso l’Indo-Pacifico, mostrando una rinnovata centralità del Medio Oriente nella strategia statunitense.

Il piano ha conseguenze dirette su diversi dossier regionali, a partire nell’immediato dalla tregua a Gaza. Dentice sottolinea come “rischia di compromettere le trattative appena avviate a Washington tra Israele e Hamas per un cessate il fuoco definitivo”. Si tratta delle discussioni, scattate dopo il sedicesimo giorno di tregua, e forzate anche da Trump – che in questi giorni ha ospitato alla Casa Bianca il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Si sta discutendo infatti la Fase-2 e la Fase-3 dell’intesa stretta a metà gennaio in Qatar. Ossia si parla di quegli step che permetteranno la stabilizzazione e la ricostruzione (sia urbanistica che politica) di Gaza.

Dentice sottolinea inoltre che la Cisgiordania rappresenta un elemento cruciale per il piano: “Israele potrebbe ottenere un riconoscimento de facto delle colonie ebraiche, riprendendo il controllo della Valle del Giordano. Questo comprometterebbe la continuità territoriale palestinese e rappresenterebbe un obiettivo strategico che Israele persegue da decenni”. Ma a che costo? Val la pena ricordare che intaccare ulteriormente i disequilibri interni è altamente rischioso: la Cisgiordania è una polveriera, dove avvengono ogni giorno episodi di violenza settaria, con infiltrazioni terroristiche sempre più evidenti e studiate a livello tattico-strategico.

Il momento è delicato. Il piano di Trump inoltre alimenta tensioni con Giordania ed Egitto, che già hanno temuto che dalla guerra a Gaza potessero subire pesanti effetti economici e soprattutto socio-politici.

Un altro nodo critico riguarda la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi, in particolare l’Arabia Saudita. Dentice evidenzia che “la leadership saudita ha dichiarato chiaramente di non essere disposta a firmare alcun accordo se non verrà riconosciuto uno Stato palestinese”. Questo è un punto delicato, poiché la popolazione saudita, in maggioranza giovane, mostra un forte sostegno alla causa palestinese, accentuato dagli eventi del 7 ottobre scorso, ricorda l’esperto.

C’è poi la questione iraniana, centrale nella strategia americana e israeliana: nel giorno del lancio del piano, Trump ha aperto a un negoziato sul nucleare per poi sanzionare le spedizioni di petrolio iraniano alla Cina. “Nonostante Trump affermi di non voler condurre operazioni militari dirette in Iran, le sue azioni sembrano indicare il contrario, con il ripristino della politica di massima pressione”, spiega Dentice, secondo cui il rischio è un’escalation regionale, con Teheran pronta a rispondere a eventuali attacchi colpendo infrastrutture strategiche sia in Israele che nei Paesi del Golfo.

Le implicazioni economiche e geopolitiche di un tale conflitto sarebbero significative. “Una crisi che si estenda dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz potrebbe avere impatti incalcolabili sull’economia globale”, avverte Dentice.

In sintesi, il piano di Trump non si limita a ridefinire la questione israelo-palestinese, ma si inserisce in una più ampia strategia di ristrutturazione degli equilibri del Medio Oriente. Trasformare la Striscia in una pseudo-Dubai potrebbe essere utile per il mantenimento di un’eventuale stabilità (futura, duratura e in qualche modo internazionalmente condivisa). Tuttavia tale traguardo appare distante e vincolato a dinamiche importantissime e di breve gittata.

Dentice conclude che “il successo di questa strategia dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di tenere insieme alleati arabi, Israele e forze palestinesi, senza alimentare ulteriori tensioni regionali”. Le incognite restano numerose, con rischi elevati di nuovi conflitti e destabilizzazioni nell’intera area.

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