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“Renzi il mutante”, non in mutande, o non ancora, lo chiama adesso Il Foglio di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, chiudendo – credo – la stagione del “Royal baby” aperta con un fortunato libro dello stesso Ferrara in cui l’allora presidente del Consiglio, oltre che segretario del Pd, veniva rappresentato come il vero erede, magari a sua insaputa, di Silvio Berlusconi. Che, dal canto suo, un po’ se ne compiaceva per vanità e un po’ no perché di suoi eredi in politica egli non vuole sentir parlare, convinto che non ve ne siano e che lui non abbia per niente smesso di svolgere quella che chiama la sua “missione”. E questo per non rivangare la delusione procuratagli dal presunto erede quasi due anni fa, quando il “giovanotto”, come anche lui chiama Renzi, al pari degli avversari interni del Pd, se ne fregò del famoso “Patto del Nazareno” e volle scegliersi praticamente da solo il successore del dimissionario Giorgio Napolitano al Quirinale. Che fu il felicemente oggi “regnante” Sergio Mattarella. Del quale nel frattempo l’ex Cavaliere ha scoperto tutto il bene possibile, dimenticando i problemi creatigli quando l’attuale capo dello Stato si dimise da ministro dell’ultimo governo di Giulio Andreotti per protesta contro una legge che all’inizio degli anni Novanta regolarizzò le tre reti televisive del Biscione.

È storia giustamente passata, anche grazie agli elettori di un referendum che nel 1995, peraltro dopo che Berlusconi era sceso in politica ed aveva già fatto un governo, bocciò una vecchia richiesta, rinnovata sotto mentite spoglie, di togliere al gruppo televisivo del capo di Forza Italia la Rete 4.

Più che “mutante”, come lo chiama adesso Il Foglio, Renzi mi sembra mobile. Giustamente mobile, direi, perché cerca di sottrarsi ai colpi di chi lo vuole infilzare politicamente a morte, non essendo evidentemente bastata la batosta del referendum costituzionale del 4 dicembre. Che lo stesso Renzi ha appena definito, in una conversazione con Massimo Franco, del Corriere della Sera, “un calcio di rigore” parato dal portiere avversario semplicemente perché “tirato male”, più che per la bravura evidentemente della controparte.

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Il segretario del Pd non ha del tutto rinunciato al progetto delle elezioni anticipate nel mese di giugno. Egli continua a considerarle convenienti per il Paese, più che per lui, anche dopo averne parlato al telefono con Giorgio Napolitano, contrarissimo.

Il presidente emerito della Repubblica non si è lasciato convincere dagli argomenti di Renzi, forse non perdonandogli l’indubbia scivolata sul terreno grillino dell’antipolitica e della demagogia da lui compiuta quando ha posto fra gli obiettivi del ricorso anticipato alle urne il boicottaggio del diritto al cosiddetto vitalizio, che va ora chiamata pensione contributiva, come tutte le altre, per i parlamentari di prima nomina: diritto che maturerà solo in autunno.
Queste polemiche a Napolitano, già presidente della Camera, parlamentare per una vita, non sono mai piaciute. Già nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale egli, inascoltato, ammonì Renzi dei rischi che correva sostenendo il progetto del nuovo, striminzito Senato vantando non l’efficienza che sarebbe derivata al sistema ma i risparmi che avrebbe comportato per i duecento e più seggi che sarebbero stati smontati a Palazzo Madama.

Ora il segretario del Pd, non si sa francamente se più incalzato o incoraggiato, oltre che da Napolitano, anche dal ministro Dario Franceschini, decisivo per la maggioranza interna di partito, è disposto a trattare con le minoranze il passaggio delle eventuali elezioni anticipate. Se non il congresso, le cui procedure statutarie comporterebbero la rinuncia alle urne nel mese di giugno e la conclusione ordinaria della legislatura, nei primi mesi dell’anno prossimo, egli è disposto a concedere ai suoi avversari interni le cosiddette primarie. Delle quali tuttavia non si sa se debbano riguardare solo il candidato alla carica di presidente del Consiglio, che Franceschini definisce infatti “di coalizione”.  Le minoranze reclamano invece le primarie anche per la scelta dei candidati a deputato e a senatore, non volendo lasciare al segretario la gestione dei capilista bloccati, oggi previsti dalla legge elettorale della Camera ma che potrebbero essere introdotti anche per il Senato se l’Italicum fosse reso applicabile per legge anche per l’elezione dell’assemblea senatoriale.

Se neppure le primarie dovessero servire a fermare la rivolta delle minoranze, e magari anche a trattenere la scissione avviata da Massimo D’Alema, l’ex presidente del Consiglio sembra disposto anche a rinunciare del tutto alle elezioni anticipate e a fare il congresso. A patto – ha detto in una intervista, questa volta televisiva – che poi tutti ne accettino le conclusioni e non riprendano le ostilità, come è invece accaduto col congresso da lui vinto poco più di tre anni fa. È una parola, con gli umori e le abitudini dei suoi compagni di partito.

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È difficile prevedere se le aperture di Renzi, comprensive anche della disponibilità a non riproporsi alla guida del governo, potendo restare dov’è dopo le elezioni Paolo Gentiloni, o arrivare a Palazzo Chigi Graziano Delrio, basteranno a placare le acque nel Pd.

D’Alema francamente non sembra avere voglia di fermarsi, come dimostra un incontro già avuto con Nichi Vendola e Nicola Fratoianni, che ha allungato la sua ombra anche sull’imminente congresso a Rimini di Sinistra italiana. Ma una differenza nel comportamento di Pier Luigi Bersani si è colta.

È accaduto, in particolare, che l’ex segretario del Pd, ospite di Corrado Formigli nella trasmissione Piazza pulita de la 7, pur sorridendo compiaciuto allo spettacolo riproposto di un discorso in cui D’Alema ha recentemente dato in pratica del matto a Renzi, ha alla fine riconosciuto allo stesso Renzi l’appartenenza all’area o al mondo del “centrosinistra”. Ed ha sorriso, non protestato con l’indignazione di un offeso, quando i giornalisti gli hanno chiesto se non fosse pronto a trattare con Renzi la distribuzione delle candidature sicure. Che significherebbe spartirsi a tavolino la consistenza e gli equilibri dei gruppi parlamentari della prossima legislatura.

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