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Mercoledì Scott Pruitt, scelto dall’appena inaugurato presidente Donald Trump per guidare l’Environmental Protection Agency, ossia il ministero dell’Ambiente, durante la sua audizione a Capitol Hill (sono una sorta di colloquio con cui il Congresso conferma gli incarichi affidati dal presidente eletto), ha detto che il riscaldamento climatico non è una bufala e che lui è consapevole che le attività umane hanno contribuito a crearlo. È una notizia perché Pruitt, come molti nella futura amministrazione Trump, ha in precedenza espresso posizioni scettiche a proposito del Climate Change.

Messo sotto pressione dalle domande aggressive del senatore del Vermont Bernie Sanders, ex sfidante democratico per la presidenza e rappresentante della parte più radicale della sinistra americana (quella che tra le altre cose combatte le company economico-finanziarie come principali responsabili degli sconvolgimenti climatici), Pruitt ha detto però che c’è un ampio dibattito sul “grado” di responsabilità umana. Al che Sanders gli ha risposto: andrai a ricoprire il ruolo di guida dell’agenzia statunitense che si occupa di proteggere il nostro ambiente, e nonostante “la stragrande maggioranza degli scienziati dicano che bisogna agire”, perché siamo responsabili di quello che sta accadendo, “tu mi stai dicendo che hai bisogno di più dibattito?”. “No Senatore”, ha risposto Pruitt, “il cambiamento climatico è in corso”, ma la mia opinione è “immaterial”, non utile. Maggiore dibattito Pruitt lo aveva già evocato in un pezzo d’opinione sulla National Review dello scorso anno.

RICK THE QUICK

Durante un’altra audizione al Congresso, giovedì, anche il futuro segretario all’Energia Rick Perry è passato sull’argomento climate change: “Il clima sta cambiando”, ha detto, e credo che in larga parte sia una questione legata all’uomo, ma il punto è come possiamo affrontare “in modo riflessivo” la questione senza “compromettere la crescita economica, l’accesso all’energia produttiva e i posti di lavoro”. È una notizia pure questa, visto che in un suo libro del 2010 Perry definiva i cambiamenti climatici “un pasticcio artificioso e falso”.

L’ANNO PIÙ CALDO

Il 2016 è stato l’anno più caldo della storia, secondo i dati incrociati dalla Nasa e dal Met Offici inglese usciti proprio mercoledì mentre Pruitt era in audizione. Secondo gli scienziati, è vero che El Niño (il fenomeno metereologico che interessa la costa pacifica del continente americano) ha giocato un ruolo, ma il peso di questo riscaldamento del pianeta di altri 0.07 gradi Celsius è dovuto alle emissione umane di anidride carbonica.

IL GRANDE TEMA POLITICO

Il tema è enorme dietro a questi dati: il cambiamento del clima terrestre frutto dell’inquinamento atmosferico collegato alle attività antropiche. È argomento scientifico tanto quanto politico. La prima pagina del New York Times online mercoledì è stata a lungo sul tema: il tempio del pensiero liberal mondiale ha spesso calcato l’argomento anche di sponda alla presidenza di Barack Obama, convinto sostenitore della necessità di intervenire, dell’impegno che le grandi potenze devono assumersi per invertire la tendenza, della responsabilizzazione individuale. “La realtà, come mi diceva mia madre, ha modo di mettersi al passo con te. Prendete la sfida del cambiamento climatico” ha detto nel farewell address, il discorso di addio da Chicago di qualche giorni fa: “In soli otto anni, abbiamo dimezzato la nostra dipendenza dal petrolio straniero; abbiamo raddoppiato la nostra energia da fonti rinnovabili; abbiamo portato il mondo ad un accordo che ha la promessa di salvare questo pianeta” – “(Applausi)”, ricorda il sito della Casa Bianca. “Ma – ha proseguito Obama – senza provvedimenti più radicali, i nostri figli non avranno il tempo di discutere l’esistenza dei cambiamenti climatici. Saranno impegnati a trattare con i suoi effetti: più disastri ambientali, più crisi economiche, più ondate di rifugiati climatici in cerca di rifugio”.

IL CLIMA SU TRUMP

Come ogni cosa in questo momento negli Stati Uniti, il risalto è dato dalla discontinuità, perché a queste parole vanno sovrapposte quelle del presidente che tra un giorno sostituirà Obama. Trump ha detto palesemente che “il cambiamento climatico non esiste”, “a bullshit” disse nel 2014 (una volta ha anche accusato i cinesi di essere loro dietro alla diffusione della teoria, tutto col fine di indebolire l’industria americana). L’argomento divide scettici e fanatici. Posizioni diverse anche all’interno dell’amministrazione che a brevissimo si insedierà, Pruitt a parte. Rex Tillerson, per esempio, il futuro segretario di Stato, molto criticato per i suoi rapporti con Mosca e perché ha guidato per anni la ExxonMobil, colosso numero uno del settore petrolifero globale (con tutte le controversie che può portarsi dietro questa posizione). A novembre ha fatto prendere alla sua compagnia una posizione aperta a proposito dell’accordo di Parigi del 2015 (intesa storica, fortemente obamina, siglata dalla gran parte dei leader mondiali sul rallentamento delle emissioni): “ExxonMobil sostiene il lavoro dei firmatari di Parigi, riconosce gli ambiziosi obiettivi di questo accordo e crede che la società ha un ruolo costruttivo da svolgere nello sviluppo di soluzioni” dice lo statement. La posizione di Trump si sia leggermente ammorbidita sui cambiamenti climatici (forse anche frutto di un lavoro fatto dalla figlia Ivanka e forse a un incontro sul tema organizzato dal suo grande amico Tom Barrack tra il presidente eletto e Leonardo di Caprio): a fine novembre disse al New York Times che poteva esserci “una certa connettività” tra riscaldamento e uomo, ma a inizio novembre una fonte del suo team disse alla Reuters che stavano già pensando a un modo rapido per tirar fuori gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi. Martedì dal forum economico di Davos il presidente cinese ha messo in guardia all’ancora presidente eletto americano (senza nominarlo) sui rischi che tutto crolli se decidesse di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo.

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