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Accomunate in alcune battaglie strategico-industriali per il loro ruolo di finanziatori e azioniste, Intesa Sanpaolo e Unicredit, ovvero le due principali banche retail del Paese, hanno impostato percorsi di crescita che prendono binari decisamente divergenti. E che certificano due modalità differenti di concepire e interpretare il ruolo di istituto di credito sia su scala nazionale sia all’estero. L’istituto guidato dall’ad Carlo Messina e quello pilotato da Jean Pierre Mustier in questo periodo stanno gestendo, da soci e da creditori, l’ennesimo difficile e articolato processo di risanamento di Alitalia, la compagnia di bandiera (partecipata al 49% da Etihad) alle prese con una crisi infinita, il ricambio del management e un contesto competitivo sempre più complesso. Al contempo Intesa  e Unicredit  sono al fianco della famiglia Berlusconi nella difesa della roccaforte Mediaset dall’assalto ostile della francese Vivendi  di Vincent Bolloré. Cà de Sass è la banca alla quale si è affidato il gruppo di Cologno Monzese; la banca di piazza Gae Aulenti è quello a cui si è rivolta la holding di via Paleocapa. Il tutto in nome dell’italianità del Biscione.

Ma a parte questi due casi di cronaca recente, Intesa e Unicredit  hanno cavalcato progetti strategici molto distanti. Messina ha deciso che il primo istituto di credito italiano (oltre 4mila sportelli e 11,1 milioni di clienti), forte di un Common equity tier 1 ratio pro-forma del 13% e una capitalizzazione di 35,68 miliardi, dovesse valicare i confini della banca retail tradizionale (attività che garantisce meno margini di un tempo) e aprirsi a nuovi business.

Così, dopo aver cercato per oltre un anno potenziali prede in giro per l’Europa nel private banking, ha sparigliato le carte sul mercato interno uscendo allo scoperto sulle Generali. Le mire sul Leone di Trieste indicano la volontà del management di Intesa  di puntare su settori più redditizi quali il risparmio gestito: la compagnia assicurativa ha in pancia 530 miliardi di asset under management (400 miliardi sono riserve) e controlla Banca Generali. Possiede un patrimonio immobiliare di oltre 24 miliardi e garantisce cospicui dividendi. In più, in un’ottica sistema-Paese, ha in portafoglio titoli di Stato per 70 miliardi. Per questo, configurandosi come banca sistemica per eccellenza, sta valutando l’ops sulle Generali , mettendo in difficoltà sia Mediobanca, primo azionista (13%) del Leone, sia Unicredit, socio (8%) della merchant bank di Piazzetta Cuccia. Senza trascurare il fatto che, seppure trattandosi di un’attività di dimensioni più limitate, Ca de Sass, dopo aver ceduto Setefi (sistemi di pagamento), si è aggiudicata Banca Itb, la banca dei tabaccai che conta una rete di 22 mila esercizi. A conferma dell’interesse e la tutela del mercato locale.

Va, invece, in tutt’altra direzione il piano strategico disegnato da Jean Pierre Mustier per Unicredit. La banca, che oggi ha un Common equity tier 1 ratio fully loaded del 10,82%, è stata obbligata dalla Bce a un rafforzamento patrimoniale complessivo di 20 miliardi. E così, gioco-forza, ha dovuto dire addio ad alcuni business dall’elevato valore aggiunto come Pioneer (patrimonio gestito di 225,8 miliardi) ceduta ad Amundi, ha messo sul mercato il 20% di FinecoBank  (mantenendone comunque il 35%), ha ceduto la partecipazione nella polacca Bank Pekao e venduto a Sia l’attività di elaborazione dei pagamenti con carte di credito. Dopo aver detto addio, nel 2015, a Uccmb (npl). In questo modo, anche per cause di forza maggiore, Unicredit  si vede ora obbligata a puntare tutto sul business retail. L’opposto di quanto deciso da Intesa . Chi avrà individuato la strategia vincente?

(Articolo pubblicato su MF/Milano finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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