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Il socialismo del XXI secolo continua a perdere forza in America latina. Dopo l’arrivo al potere di Mauricio Macri in Argentina, l’impeachment di Dilma Rousseff  in Brasile, la vittoria della destra in Perù con Pedro Pablo Kuczynski e la morte di Fidel Castro a Cuba, è il momento dell’Ecuador. Il primo turno delle elezioni presidenziali di ieri dimostra che è reale “il ritorno conservatore” che aveva denunciato il presidente Rafael Correa.

I RISULTATI DEL PRIMO TURNO

Con il 38,88 per cento dei voti, il candidato Lenín Moreno (nella foto) del partito Alianza País, ha vinto il primo turno delle elezioni. Non avendo raggiunto il 40 per cento, andrà al ballottaggio il 2 aprile con il candidato Guillermo Lasso del partito di centro destra Movimiento Creo.

Gli ecuadoriani hanno votato anche per scegliere i 137 membri del Parlamento, cinque rappresentanti del Parlamento Andino e un referendum sulla proposta del governo di vietare a chi ha incarichi pubblici di avere denaro in paradisi fiscali.

LA COALIZIONE DELL’OPPOSIZIONE 

Moreno e il presidente Correa hanno creduto fino all’ultimo di poter vincere le elezioni al primo turno. Aspettavano il conteggio dei voti nella regione Manabí, dove pensavano di essere favoriti, e i risultati del voto all’estero.

Lasso, ex banchiere ed ex ministro dell’Economia, invece, ha subito festeggiato perché è convinto di vincere il ballottaggio, e ha proposto la costruzione di un “tavolo per la governabilità” del Paese. “Voglio lanciare la proposta a tutti i leader dell’opposizione di creare un tavolo per la governabilità dell’Ecuador, un Ecuador democratico, prospero, libero e solidale”, ha detto. L’invito è stato accolto dalla candidata social-cristiana, Cynthia Viteri, arrivata terza nei risultati. Viteri ha detto che sosterrà Lasso al secondo turno.

CHI SONO I CANDIDATI

Moreno, candidato di Alianza País, ha 63 anni ed è stato vicepresidente dal 2007 al 2013. Rappresenta la continuità del progetto socialista di Correa, al potere da 10 anni. Figlio di una famiglia umile di insegnanti, è stato anche lui docente e fondatore della Camera di Turismo in Ecuador. Nel 1998 ha perso la mobilità delle gambe in una rapina. La sua proposta di governo è di dare continuità alla “rivoluzione cittadina”, il cui obiettivo è sradicare la povertà e promuovere il benessere sociale oltre il capitalismo.

Guillermo Lasso invece è un imprenditore e un uomo d’affari. È famoso per essere stato presidente della Banca Guayaquil, di cui era azionista. Dopo 40 anni di lavoro nel mondo delle finanze, ha fondato il Movimiento Creo di centro destra ed è stato ministro dell’Economia durante il governo di Jamil Mahuad (1998-2000) e consigliere economico durante il governo di Lucio Gutiérrez (2003-2005).

Nel 2013, Lasso ha perso le elezioni con Correa. La sua proposta di governo si basa sulla creazione di un milione di posti di lavoro e l’eliminazione di alcune tasse. Un piano molto simile a quello dell’omologo americano Donald Trump.

DIECI ANNI DI PROSPERITÀ

Secondo il report della Banca Mondiale (settembre 2016), che cita cifre ufficiali, la povertà in Ecuador si è ridotta dal 37,6 per cento al 22,5 per cento tra il 2006 e il 2014. Il coefficiente di diseguaglianza Gini è sceso dallo 0,54 allo 0,47. Per l’economista Sebastián Oleas, il presidente Correa “ha sfruttato l’abbondanza delle risorse petrolifere di quegli anni, per cui non si è dovuto impegnare per far crescere l’economia”. Nonostante questi dieci anni al potere siano stati segnati da accuse di autoritarismo, ingerenza sul sistema giudiziario e un aumento del debito. Alle accuse di attaccare la libertà di stampa con una legge di informazione come “servizio pubblico”, Correa ha risposto accogliendo nel 2012 Julian Assage, fondatore di WikiLeaks, presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra. L’attivista è ancora lì.

LA SFIDA ECONOMICA

Negli ultimi mesi, in molte città dell’Ecuador si sono svolte proteste contro il governo di Correa. Gli ecuadoriani temono che il Paese faccia la stessa fine del Venezuela, con un’inflazione galoppante, una profonda crisi socio-economica e l’aumento incontrollabile della criminalità.

Secondo la Banca Centrale dell’Ecuador, il Prodotto interno lordo del Paese è caduto dell’1,7 per cento nel 2016. Molto lontano dalla crescita del 4,5 per cento del 2013. Per il 2017 è prevista una crescita dell’1,4 per cento, sperando che il prezzo del barile di petrolio arrivi a 70 dollari. La Commissione economica per l’America latina invece prevede una crescita massima dello 0,3 per cento, mentre la Banca Mondiale non è così ottimista: secondo loro l’Ecuador avrà una recessione del 2,9 per cento nel 2017.

Per l’analista Bernardo Moreno, il voto in Ecuador non sarà deciso tra sinistra e destra. Chi guiderà il prossimo governo dovrà fare fronte al debito pubblico, con un prezzo del greggio molto più basso del previsto. L’economista Sebastián Oleas sostiene che “credere che l’economia crescerà quest’anno non è da ottimisti ma da ingenui. […] Per risanare i conti pubblici il petrolio dovrebbe arrivare a 122 dollari il barile”.

CORREA NON È STATO CHÁVEZ

Quando il 5 marzo del 2013 è stata confermata la morte del presidente venezuelano Hugo Chávez, tutti si sono chiesti chi avrebbe raccolto il testimone della leadership socialista e anti-capitalista della regione. Correa era uno dei candidati più forti: come Chávez, era riuscito a sconfiggere i partiti tradizionali, a lottare per la giustizia sociale e ad avere dalla sua parte i benefici economici del reddito petrolifero. Come il presidente venezuelano, ha adottato in Ecuador un metodo di assistenza sociale con uno Stato “paternalista”, dando priorità alla sanità e l’istruzione. Ma i soldi non sono bastati, facendo arrivare sulla sua presidenza l’ombra della corruzione e della possibile rotta totalitaria.

Correa ha deciso di lasciare la politica. E dopo l’insediamento del nuovo presidente andrà a vivere in Belgio, Paese di origine della moglie, “per riposare” dopo 10 anni di socialismo.

Elezioni in Ecuador, come sarà il ballottaggio fra Moreno e Lasso

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