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Non è dato sapere, in barba ad ogni predicata “trasparenza”, in che misura i 5 stelle siano un movimento spontaneo o siano stati invece concepiti e costruiti del tutto “a tavolino”, cioè fino a che punto si tratta di un esperimento di marketing della Casaleggio Associati e di Grillo come guru riconosciuto e indiscusso. Un giorno forse gli studiosi faranno luce su questo punto non inessenziale. Per oggi accontentiamoci di giudicare le conseguenze politiche e culturali di tutto questo.

Probabilmente, molti dei voti giunti finora al movimento sono semplicemente di protesta, di persone cioè consapevoli in fondo della pochezza culturale e politica della proposta grillina ma che comunque hanno creduto, e forse continuano a credere, che per tramite loro sia possibile mandare un segnale forte e punire le classi politiche del nostro Paese. Non va però sottovalutata, io credo, la presenza, di un nucleo di attivisti e militanti, impegnati nel movimento e pronti a costituirne la classe dirigente. Ovviamente, entro il perimetro rigorosamente definito e delimitato dai fondatori. È a costoro, sempre a mio avviso, che si è rivolto Beppe Grillo rispolverando sul suo seguitissimo blog, a mo’ di messaggio natalizio, un vecchio articolo di Goffredo Parise sui pregi e le virtù della povertà. Parise era ovviamente un grande scrittore, non aveva cioè velleità politiche in senso stretto. E agli scrittori, come in genere agli artisti, tutto è permesso, anche di esasperare un determinato “punto di vista” con la loro abilità dialettica e il loro genio creativo. Quello che però ha un forte valore politico, è sicuramente l’uso strumentale che Grillo ha voluto ora fare dell’articolo del grande scrittore italiano. Esso infatti si inserisce in una specifica “visione del mondo”, in un determinato sfondo culturale dell’azione politica, che è a tutti gli effetti l’ideologia grillina. La quale esiste e non è affatto vaga e trasversale, ma nei fatti sostanzialmente “di destra” e “fascista”, come molta intellettualità italiana (vedi Michele Serra), è portata a credere. Deviata forse anche dall’uso incontrollato che oggi si tende a fare del termine fuorviante di “populismo. Il fatto è che l’ideologia grillina, poco importa ripeto quanto indotta o spontanea essa sia, è da considerarsi una filiazione diretta, e forse anche una perversione, della comune cultura di sinistra che fa da sfondo ideologico o mainstream dell’opinione pubblica italiana. Una scheggia impazzita quanto si vuole, ma figlia a tutti gli effetti di una cultura anticapitalistica e comunitarista che non è più da tempo quella sviluppista di Marx. E che, va aggiunto, trova non pochi punti di contatto con certo cattolicesimo a sua volta pauperistico e anticapitalistico ben esemplificato dalle idee dell’attuale pontefice.

Se questa mia lettura è valida, si spiega anche per questa via il successo del movimento in ambito giovanile. Si tratta, a mio modo di vedere, con tutto il rispetto possibile per lo “strumentalizzato” Parise, di una Mezza Cultura, non solo perché incapace di vedere il nesso dialettico che unisce la produzione del superfluo (e persino il lusso ostentato di alcuni e in genere il valore simbolico che noi tutti diamo alle merci), con la ricchezza generale di una società. Ma anche perché essa, nella sua ingenuità semplificatrice, ha del denaro e della merce, e in genere del commercio, una visione demoniaca che è alla fine, nel suo preteso “purismo”, antiumana e disumana. Un mondo povero è anche e sempre un mondo chiuso e prive di opportunità e possibilità per i singoli. Un mondo immorale, o meglio di altra e inferiore morale. Tutto il contrario di quell’umanissima etica dell’imperfezione e della relazione spuria e “commerciale” fra gli umani che alla base del capitalismo e, in fondo, di tutte le nostre libertà.

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