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Una tra le più articolate e complesse direttive mai adottate da Bruxelles in materia di diritto d’autore. E senz’altro tra le più difficili da attuare in Italia. Parliamo dell’ormai nota direttiva Barnier. Quella, per intenderci, che regolerà in tutto il territorio dell’Ue la vita delle società di collecting, le società che intermediano i diritti d’autore e connessi.

Numerose le norme che la compongono e che disciplinano l’adesione alle collecting, l’attività delle assemblee dei loro membri, quella degli organi amministrativi e di sorveglianza, i tempi e le modalità per la ripartizione dei diritti incassati, le deduzioni ammissibili, ma anche disposizioni in tema di licenze multiterritoriali nel settore della musica online. Per citarne alcune. Vale qui la pena spiegare il perché dell’azione di Bruxelles e cosa succederà in Italia con la sua attuazione.

Partiamo allora dalle analisi svolte dalla Commissione Ue nel 2012. La Commissione muove da un dato molto interessante: la raccolta dei diritti d’autore sul territorio è operazione assai costosa; una capillare rete di mandatari che operano la riscossione, i controlli, gli incassi e quant’altro è necessaria, ampia e onerosa. Le collecting, per far fronte a tali costi, tendono allora ad avere un’ampia base di associati. Non sono affatto poche le collecting che nell’Ue hanno centinaia di migliaia di iscritti.

Il risultato? Semplice: sempre, o quasi sempre, si creano monopoli di fatto; i mercati offline in questo ambito non sono contendibili; una collecting che opera da sola in un determinato settore è il destino. La Commissione, tuttavia, non si dà per vinta. Se il meccanismo di funzionamento delle collecting non permette di creare più collecting in concorrenza tra loro, si deve comunque permettere ad autori, editori e artisti di poter scegliere. La scelta che deve essere permessa è tra più società di collecting operanti nella Ue. In altre parole, se non si è soddisfatti della collecting in Italia, si può scegliere, ad esempio, una collecting in Spagna, Francia o Germania. Sarà poi compito della collecting straniera scelta incassare i diritti (anche) in Italia, attraverso gli accordi di reciproca rappresentanza che da sempre legano tra loro le collecting di tutto il mondo. Ma la scelta di un’altra collecting, tra quelle che operano nei ventotto Paesi Ue, resterebbe sulla carta se un autore o artista si trovasse dinanzi a strutture tra loro disomogenee in termini di metodi di funzionamento, organi sociali e diritti concessi ai propri iscritti. Si spiega così la ragione di norme che regolino l’adesione, la partecipazione, la gestione, i bilanci e quant’altro costituisca la vita quotidiana di una collecting. Da qui la necessità di avere una direttiva comunitaria che preveda regole omogenee per tutti. Insomma, niente omogeneità, niente libertà di scelta. Auspicabilmente, poi, le collecting cercheranno di appropriarsi degli iscritti altrui – per lo meno i più profittevoli – generando così concorrenza. Non si può poi nascondere anche un’altra, parimenti importante, ragione. Le dimensioni elefantiache che le collecting spesso hanno generano inefficienze, opacità e, di conseguenza, scarsa partecipazione degli iscritti e poco controllo su chi gestisce e intermedia i diritti.

Ma il ragionamento della Commissione del 2012 non finisce qui. Possibile che non si possa proprio creare una vera e propria competizione tra collecting? La risposta è sì, un settore in realtà c’è. È quello della musica online, che oggi le piattaforme Internet come Spotify già consentono di comprare. Ed ecco che nasce il sistema delle licenze multiterritoriali, licenze che ogni collecting può rilasciare a uno di questi giganti del web, con effetto su tutto il territorio dell’Ue, evitando che la piattaforma, per poter consentire acquisti e ascolto di musica, debba munirsi di ventotto licenze con le collecting che operano sui rispettivi territori. Una sola licenza per tutta l’Ue. Emerge così un dato di carattere strutturale. Concedere licenze a una piattaforma che commercializza centinaia di migliaia di brani e ha milioni di utenti, significa controllare il suo lavoro. Così ad esempio, nel lontano 2010, una collecting europea segnalava alla Commissione Ue di aver dovuto elaborare dati relativi a tre miliardi di acquisti online, per giunta da parte di una sola piattaforma. Da qui, la necessità di permettere la concessione di licenze multiterritoriali solo alle collecting ben organizzate dal punto di vista tecnologico. Il concetto ha preso il nome di “passaporto europeo”: con esso si può operare concedendo licenze multiterritoriali. Senza di esso, si deve affidare il proprio repertorio a un’altra collecting che lo abbia. Si viene, insomma, relegati in seconda fila. Una parte apposita della direttiva Barnier è quindi dedicata alle regole da rispettare nella concessione di licenze multiterritoriali per la musica online, le informazioni da dare alle piattaforme, l’elaborazione dei loro dati e quant’altro.

Le ragioni di fondo e le finalità che hanno portato all’adozione della direttiva Barnier ci aiutano a capire anche la scelta fatta dal ministro Dario Franceschini, di mantenere intatto il famoso monopolio legale dell’altrettanto famosa Siae. Mantenere un operatore unico – ferma restando, ovviamente, la competizione nel settore della musica online, come si è detto – è, tra le altre cose, dovuta all’esigenza di avere un ente pubblico a base associativa che, amministrando vari repertori, può far sì che quelli più ricchi sostengano quelli che lo sono meno e che che autori di maggior successo sostengano quelli meno noti e più giovani. Una finalità sociale che contribuisce a mantenere vivo il nostro patrimonio artistico e la diversità culturale italiana. Almeno un’altra ragione induce a mantenere il monopolio Siae: non indebolirla nel momento in cui nasce il mercato unico delle licenze multiterritoriali. Se decisioni andranno prese, lo si faccia quando avremo visto gli effetti della direttiva Barnier su Siae, la sua trasparenza, efficienza e democraticità. Non ora. Vediamo come evolve il mercato della musica online, decideremo poi cosa fare. Gli interessi dei nostri autori vengono prima; muoviamoci con cautela, per non essere terreno di conquiste anche in questo settore.

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