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“Trump rappresenta la politica delle cose, a lui non interessano le cose della politica”. E’ con una frase tranchant e ad effetto che Edward Luttwak fa capire la preferenza di “un reazionario come me” per il nuovo presidente Usa Donald J. Trump. Non è scontato che il politologo ed esperto di strategia militare, volto noto dei talk-show italiani, lo faccia in un’aula magna di quell’Università di Bologna che negli ultimi tempi ha fatto parlare di sé per le scorribande dei centri sociali sotto le Due Torri. Nella sede distaccata di Cesena, alla Facoltà di Psicologia, c’è spazio invece per un dibattito sullo “Tsunami Trump” (tenutosi venerdì pomeriggio) promosso da alcune importanti aziende locali come Orogel e il network Teleromagna, al quale ha preso parte anche il sottosegretario alle Politiche europee Sandro Gozi, che da quelle parti è di casa.

LUTTWAK STRAVEDE PER TRUMP

Incalzato dalle domande di Gianni Del Vecchio, vicedirettore di Huffington Post Italia, Luttwak fa subito intendere quale sia la sua posizione sull’inquilino della Casa Bianca. “Le opinioni su Trump si dividono nettamente in due blocchi – esordisce -: da una parte la gente perbene e buonista che lo odia e lo considera un pericolo, dall’altra gli imprenditori e i risparmiatori che hanno spinto le Borse a rialzarsi, come i cinesi ricchi che hanno trasferito i loro soldi negli States per la fiducia che nutrono”. L’economista fa l’esempio della nomina di Wilbur Ross a ministro del Commercio, descrivendolo come “un miliardario di 79 anni che ha fatto i soldi recuperando le fabbriche abbandonate e in crisi e rilanciandole. Gli imprenditori che vedono questo hanno fiducia in Trump, chi invece si ferma al colore dei capelli e ai tweet no”. Così, se “Barack Obama voleva trasformare gli Usa in una nuova Unione europea”, Trump invece “ridurrà le tasse, attuerà una forte deregulation a partire dal Dodd-Franck Act su Wall Street e ha già annunciato un piano infrastrutturale per riportare al capitalismo al suo ritmo naturale”. In fondo, spiega Luttwak a una platea di imprenditori nella rossa Romagna, “è il capitalismo a creare sviluppo e democrazia”, quindi fa bene il presidente Usa a “difendere l’industria dalla delocalizzazione”.

L’INFLAZIONE INVOCATA

Va detto però che l’aumento della spesa pubblica per finanziare le opere infrastrutturali non piace a un Congresso americano a maggioranza repubblicana. Luttwak lo sa bene, Gozi glielo ricorda definendo comunque “una bellissima cosa l’annuncio di Trump di voler investire nelle infrastrutture”. “Guardiamo a cosa accade in un Paese con un alto debito pubblico come il Giappone – aggiunge Luttwak -, dove il premier Shinzo Abe auspica l’inflazione e di stampare più moneta. Così smaltiscono più debito pubblico”. Gli fa eco Gozi: “In Europa ci troviamo a lottare contro la deflazione, perché i prezzi sono troppi bassi e non salgono. La risposta di Draghi è stata quella di dimostrare che anche questa Bce, se ha coraggio e visione, può fare molto di più del passato, come accaduto con il quantitative easing che ha aiutato a dare molte risposte alle pressioni arrivate sul debito pubblico”.

FISCAL COMPACT E DIFESA UE, LO SCATTO DI GOZI

Incaricato del Governo italiano di seguire i rapporti con Bruxelles, Gozi nella sua Cesena rilancia alcune proposte forti. A partire dal tanto discusso Fiscal Compact che “dopo cinque anni dal suo ingresso richiede una valutazione approfondita. Se non viene modificato, noi ci opporremo a una sua riconferma, perché è il momento di aprire un dibattito su come sviluppare una vera politica degli investimenti europea”. Altro tema, quello relativo alla Pac, particolarmente sentito in una terra di eccellenze dell’agroalimentare come la Romagna: “Io sono d’accordo sul fatto che l’Ue debba spendere di meno nella Pac, che servano più politiche nazionali su questo settore, ma poi tutto il comparto deve essere pronto a questo intervento”.
Infine, la difesa. Interpellato sulle uscite di Trump in merito alla Nato e alla richiesta di una maggiore spesa dei Governi europei per l’Alleanza atlantica, il sottosegretario Gozi sottolinea che si tratta della “stessa sostanza” delle richieste avanzate a suo tempo da Obama. “Va bene spendere di più per le spese militari, ma questo deve andare di parsi passo con un aumento delle spese sociali” dichiara. Quindi snocciola alcuni dati: “Tutti i Paesi europei messi insieme hanno il 50% della spesa militare degli Usa, con un efficienza di spesa pari al 10% di quella statunitense”. Insomma, “spendiamo poco e molto male”. Per non parlare poi dell’organizzazione della difesa: 17 diversi sistemi per carri armati in Europa contro uno in Usa, 20 per caccia contro 6, 29 tipi di fregate della Marina contro 4, 178 sistemi di armamenti contro 30. “Questa situazione non è ragionevole – continua Gozi – dobbiamo ridurre le diversità iniziando a fare appalti unici tra le grandi forze militari. Occorre avviare una politica e industria della difesa europee senza aspettare tutti e 27 i Paesi, partiamo noi con Francia, Spagna, Germania e ricordiamoci che non possiamo mettere in discussione i pilastri della nostra civiltà come l’appartenenza alla Nato”.

Ecco come Luttwak e Gozi dialogano (e bisticciano) su Trump e l’Europa

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