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François Fillon in Francia ha vinto le primarie dei Repubblicains e si lancia ormai per la corsa all’Eliseo. Si tratta di un tassello fondamentale per comprendere lo scenario complessivo, che da qui alla fine dell’anno prossimo, ridisegnerà lo scacchiere politico europeo.

La sua affermazione personale non è importante soltanto per la forza con cui ha battuto Nicolas Sarkosy, ma soprattutto per quella maggiore con cui ha spazzato via ugualmente il suo più diretto rivale, Alain Jupé. Adesso Fillon può così concentrarsi sulla vera partita finale che lo porterà, quasi certamente, al confronto primaverile con Marine Le Pen: una sfida che, se non ci saranno colpi di scena, si giocherà tutta a destra. I socialisti francesi, infatti, nonostante la novità rappresentata dall’incognita Emmanuel Macron, stanno vivendo la più grave crisi di consenso della propria storia, causata dalla battuta di arresto dello slancio inossidabile che la cultura di sinistra ha avuto in tutto il mondo per secoli, e ha determinato così buona parte del nostro odierno modo di vivere: una spinta che, è bene specificare, non appaga più le grandi masse.

Immigrazione, multiculturalismo, estensione dell’individualismo e dei cosiddetti diritti civili, tutti temi progressisti molto suggestivi da sempre, oggi si mostrano come il culto di un’illusione pervicace, il cui conto finale è tremendamente salato per una società europea bloccata, spaventata, incapace di creare solide istituzioni europee, priva di competitività e di ordine: insomma la sinistra ha perso la guerra e ha lasciato la gente comune smarrita e disillusa, proprio quando sono diventati tangibili i suoi famigerati e avanzati ‘prodotti di civiltà’.

Fillon è l’alternativa per eccellenza a siffatta sinistra, ma anche una risposta, che in Italia definiremmo moderata e conservatrice, alla destra radicale del Front National. Non a caso quest’ultima si declina nel senso di un ‘socialismo a metà’, come amava dire Ernst Nolte, una chiusura di tipo roccioso nella realtà particolare e rassicurante di un nazionalismo comunitario che si fa interprete delle angosce dei cittadini molto più di quanto si pensi, finendo per essere succube però della sinistra che dileggia; mentre quella si palesa nei canoni repubblicani dello sviluppo e del benessere che non vuole difendersi prima di morire, ma vuole vivere meglio e con più libertà. In tal senso è verissimo oramai che l’unica vera difesa delle rivendicazioni operaie e delle istanze di eguaglianza non passa più dalla sinistra ma solo dall’estrema destra, socialista e nazionalista al contempo: il piccolo comunismo contro la grande globalizzazione liberale di un’élite che non guarda neanche più a destra ma solo al proprio tornaconto finanziario.

Ecco che Fillon, in questo quadro sociologico stimolante e complesso, è l’opposto: il volto di governo dell’opinione comune, l’ufficialità silenziosa di una possibilità rinnovata e convenzionale alla deriva populista che si traduce in un solido e credibile progetto liberale. Il suo profilo biografico ne rappresenta lo stile e il temperamento: un uomo moderno, appassionato di corse, diviso tra vita politica e grandi entusiasmi, ma seriamente attaccato ai solidi valori della tradizione culturale immutabile del cattolicesimo francese.

Rispetto alla variante pluralista libertaria e antica di Jupé, che aveva scommesso sul relativismo tipico di un certo liberalismo toquevilliano e giscardiano, ben descritto qui su Formiche.net da Rossana Miranda, Fillon ha virato verso l’identità, puntando su un’idea nazionale ispirata all’unità popolare dei valori cattolici, senza cedimenti clericali e subalterno ossequio per nessuno. Tutto ciò fa di lui un rivoluzionario sui generis, laico come deve essere un politico, specialmente in Francia, ma specchio della consuetudine e della regolarità titolata della nazione francese.
Il suo programma promette di decostruire il paternalismo pubblico, che tutto vede e provvede, di socialista memoria per sostituirlo non con un ermetismo identitario sul modello lepenista, bensì con uno Stato rispettoso della norma originaria, costituita dalla fiducia nel naturale sviluppo della società. La politica deve fare, ma non troppo; deve esserci, senza attribuirsi compiti che non le spettano; soprattutto deve rappresentare bene l’interesse comune, lasciando fare il resto alla vita stessa e al sogno che ciascuno ha nel proprio cuore.

Certo, questa linea, questo ethos, non può non suggerire qualcosa all’Italia e agli italiani, a pochi giorni dall’armageddon referendario. Nei Paesi seri, laddove manca chiarezza, infatti, si fanno le primarie; e qualora vi siano tendenze movimentiste e populiste, si ribatte con candidati affidabili, nuovi, ma ancorati a idee e valori riconoscibili e vivibili nell’ordinario: attinenze rassicuranti e indelebili a cui il centrodestra non può mai rinunciare senza ricusare la propria essenza.

Oltretutto, sia Donald Trump negli States e sia Fillon in Francia, pur in contesti ovviamente imparagonabili, insegnano che essi stessi non esisterebbero se il popolo dei loro elettori non fosse stato chiamato a sceglierli, per giunta contro nomenclature e apparati che hanno comunque tenuto le loro leadership dentro e non fuori i rispettivi partiti.

Ecco cos’è la ‘rivoluzione della normalità’ francese, ed ecco perché essa segna il passo e lancia un monito a casa nostra: non ha senso un centrodestra senza il sano collegamento a valori come la vita, la persona, la famiglia, la libertà e la comunità, e senza uscire dalle infinite anomalie e dai farraginosi frazionamenti che rendono patologica e stantia la situazione presente.

Il mondo va avanti dappertutto. I moderati spopolano ed entusiasmano ovunque. Il centrodestra esiste in Occidente ed è fondato su valori chiari e netti, i quali non ammettono più ambiguità e ibridazioni, non essendo compatibili con le svariate tendenze relativiste della sinistra. Speriamo che l’Italia non si trovi costretta, nella gestione del domani, ad optare per le versioni estremiste, populiste e radicali, invece che su quelle normali e naturali di un centrodestra moderno, perché, in tal caso, la ragione non sarà l’elettorato che sbaglia ma la politica conservatrice che non c’è.

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