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È ormai luogo comune lo stretto legame fra innovazione, produttività e competitività, particolarmente nelle economie avanzate di cui dopo tutto l’Italia fa (ancora) parte. Ma gli sviluppi recenti della teoria e della ricerca empirica in tema di globalizzazione e crescita internazionale delle imprese pongono in evidenza alcuni elementi su cui la consapevolezza dei governi è tutt’altro che scontata. Ne segnalo alcuni.

Primo, diversi studi in Italia e altri Paesi basati sulla crescente disponibilità di microdati (di impresa) mostrano che vi sono maggiori dislivelli di produttività (valore aggiunto per unità di lavoro e altri fattori) di diverse imprese appartenenti allo stesso settore, alla stessa fascia dimensionale e alla stessa area territoriale, che non tra i valori medi dei diversi settori, territori e  fasce dimensionali. Ne discende una implicazione non banale: la produttività (macro) di un dato sistema produttivo (settore, regione, Paese) dipende in modo significativo dal turnover (micro) fra imprese più e meno efficienti al suo interno, non solo dai progressi e dagli investimenti in capitale umano delle singole imprese esistenti. Mobilità dei capitali, del lavoro e delle risorse imprenditoriali tra imprese e territori è dunque una potente molla di sviluppo, che governo e parti sociali devono favorire con robuste misure di accompagnamento, ben diverse dai classici ammortizzatori sociali (Cassa integrazione guadagni in primis), che di norma sono disegnati più per difendere una struttura produttiva ereditata dal passato che non per incoraggiarne la trasformazione in risposta alle mutate condizioni di concorrenza sui mercati mondiali.

Secondo, il dinamismo e la crescita competitiva delle singole imprese sono ampiamente favoriti dalla loro capacità di interconnettersi con altre imprese vicine e lontane lungo filiere di domanda-offerta: fornitori, subfornitori, clienti, servizi incorporati nei prodotti, servizi di logistica e distribuzione ecc. Il successo competitivo dipende così in misura non trascurabile dalla capacità di imprenditori e manager di selezionare e controllare la propria partecipazione alle famose catene globali del valore. Tutto ciò richiede dosi massicce di innovazione non strettamente tecnologica, ma di tipo organizzativo (continua riallocazione interna delle risorse di capitale umano e capitale finanziario, continua revisione del business plan). Va da sé che, come in larga parte delle innovazioni gestionali, anche qui serve una cultura avanzata dell’Ict.

Terzo, l’innovazione tecnologica competitiva non nasce certo solo dagli investimenti formali nei laboratori di R&S tipici dei settori ad alta e medio-alta tecnologia, perché si alimenta di molte attività innovative nella progettazione e nelle varie fasi del processo produttivo: tuttavia in quasi tutti i settori merceologici vi è la tendenza – almeno nei Paesi industrialmente avanzati che devono reggere la corsa con il catching up dei Paesi emergenti – a una crescente scientifizzazione dell’innovazione tecnologica. Anche questo richiede forti investimenti in formazione di capitale umano, incluse le competenze digitali su cui il rapporto recente Ocse concentra l’attenzione.

Questo rapporto contiene molte comparazioni fra Paesi in termini di massima intensità di contenuti Ict nei diversi servizi professionali che producono e/o utilizzano tecnologie digitali. L’enfasi è sui servizi esterni all’attività manifatturiera vera e propria, dai servizi legali-amministrativi-finanziari-commerciali a quelli più intrecciati da vicino al processo manifatturiero (ricerca-progettazione-software-engineering). L’elencazione e la classifica non mostrano profonde differenze fra Paesi, ma è noto – anche da altre comparazioni internazionali – che l’Italia soffre di non piccoli ritardi nella diffusione della cultura Ict, sia fra le imprese che fra le famiglie.

Al di là dei noti limiti del nanismo d’impresa, le debolezze-fragilità dell’Italia sul terreno della capacità innovativa e di proiezione internazionale delle imprese sono ben chiare, anche se i successivi programmi di governo sembrano riluttanti a intaccarle in profondità. Parliamo di almeno due aspetti.

Primo, la scarsità di istituzioni specificamente rivolte a favorire continui processi di trasferimento delle conoscenze scientifico-tecnologiche – spesso a livelli di eccellenza tra Università-Cnr-Infn-Iit-Enea e altri centri, dove crescono ricercatori su standard internazionale – all’innovazione-ingegnerizzazione industriale che resta opera delle imprese anche di minore dimensione. Oltre il noto (inarrivabile?) modello tedesco che combina Max Planck con Fraunhofer ci sono esperienze interessanti nel Regno Unito (Catapult Centres), in Francia (Pôles de competitivité) e altrove, che andrebbero studiate e adattate al nostro contesto italiano, anche partendo da incisive riforme dei centri di ricerca.

Secondo, l’Italia non è mai riuscita – dopo la fallita esperienza di Industria 2015 – a far decollare alcuni grandi programmi di ricerca pre-competitiva ispirati a Horizon 2020, con schemi di co-finanziamento pubblico-privato, capaci di aggregare imprese grandi-medie-piccole su progetti innovativi volti a valorizzare, da un lato nostre affermate competenze scientifiche e tecnologiche e relativi vantaggi competitivi negli scambi internazionali (es. meccatronica-automazione, sensoristica, optoelettronica, elettromedicale, satellistica, avio-aero, chimica dei nuovi materiali ecc.), dall’altro a stimolare risposte innovative da parte del nostro sistema produttivo a grandi sfide di benessere socio-economico che richiedono un preciso ruolo di orientamento e coordinamento da parte dei poteri pubblici (es. rigenerazione urbana, mobilità sostenibile, efficienza energetica, salvaguardia del patrimonio culturale, sicurezza alimentare, prevenzione dei disastri ambientali).

Fabrizio Onida (Docente emerito di Economia internazionale presso l’Università Bocconi)

(L’articolo di Fabrizio Onida tratto dall’ultimo numero della rivista Formiche)

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