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Stanotte, con la consueta solennità, si è celebrato negli Stati Uniti l’ultimo faccia a faccia, prima delle elezioni presidenziali, tra Hillary Clinton e Donald Trump.
Si è trattato di un confronto duro, aspro e sotto molti punti di vista perfino cattivo, anche se, al contrario dei due precedenti, più serio, meno personalizzato e maggiormente attento ai contenuti.
Entrambi hanno cercato di offrirsi all’opinione pubblica come affidabili; entrambi hanno voluto dimostrare di essere, innanzitutto, il leader giusto della propria parte per il bene di tutti.
Qui cominciano le differenze: mentre la Clinton, sicura della sua base progressista, ha puntato sugli elettori Repubblicani di centro, Trump ha indirizzato i suoi sforzi esclusivamente su conservatori e liberali, certo anche del fatto che, sulla carta, essi costituiscono la maggioranza potenzialmente vincente.
L’accreditamento di Trump è perciò andato soprattutto nella direzione della coerenza e della compattezza ideale, mentre lo sfondamento al centro della Clinton nella direzione di essere il meglio, per esperienza e moderazione,  per entrambi gli elettori.
Di là di questa nota tecnica di metodo, il risultato comunicativo per entrambi è stato molto migliore rispetto ai precedenti, specialmente in chiarezza e concisione.
A Las Vegas, insomma, si è arrivati al punto decisivo, ma anche a percepire così il diaframma che separa due visioni della realtà, su cui finalmente i cittadini statunitensi potranno scegliere, ben oltre, si spera, gli smaccati odi personali e gli scandali palesemente rintracciati per mesi.
Veniamo ai temi. In materia etica, in primo luogo aborto e armi. Trump ha con nettezza posto la linea “pro life”, vale a dire contro l’estensione dell’interruzione di gravidanza. Con ciò egli ha presentato il topos dell’etica repubblicana senza tentennamenti. Clinton invece ha declinato il classico lessico “pro choise” nel senso della non ingerenza del governo su scelte che spettano solo alla donna e alla singola famiglia. Sulle armi non meno decisa è stata la contrapposizione: secondo emendamento, senza se e senza ma, per Trump; secondo emendamento, regolamentato per impedire gli eccessi, secondo Clinton.
Eccoci giunti così alle questioni di politica economica ed estera. La linea Trump è per una decisa defiscalizzazione liberale e favorevole al protezionismo per imprese nazionali. Di qui la ribadita idea di confini chiusi per garantire gli interessi interni, anche agli afroamericani.
La Clinton invece ha spostato l’attenzione sulle situazioni individuali, dicendosi contraria sia al taglio delle tasse ai ricchi, e sia alle deportazioni degli immigrati e all’impedimento dei ricongiungimenti.
Coraggio obbligato, quella della Clinton, su un tema non proprio popolare; fermezza di Trump a costo di apparire duro e cinico oltremisura contro criminalità e disordine.
Il punto di scontro più interessante, e, a ben vedere, anche più rilevante fuori dai confini americani, è logicamente la politica estera. Su Assad e Putin le differenze non potrebbero essere più drastiche tra i due. Laddove la democratica guarda ad un mondo fluido con il metro di valutazione un tantino radicale dei diritti umani liberali contrapposti alle cattive dittature e ai disumani autoritarismi orientali; il repubblicano pensa ad un mondo globale governato da Stati sovrani, tanto più sicuro nella sua totalità quanto più stabile e controllato localmente: universalismo rigido versus particolarismo dinamico.
Il Tycoon ha sentenziato: “Non sono amico di Putin, ma Putin può essere amico dell’America”.
Per la Clinton viceversa la via della pace non può passare facilmente attraverso il dispotismo e la violenza sui civili, perpetrati in Russia, Siria e Iran.
Insomma, tutto appare chiaro e preciso, ma anche alternativo e inconciliabile.
In questo senso va interpretato il significato ultimo della svolta che tra pochi giorni si avrà nel mondo con la vittoria dell’uno o dell’altra. Nel complesso gli States si rivelano ancora dotati di un ruolo guida sia per la destra e sia per la sinistra internazionali. Con una sostanziale differenza però rispetto al passato. Un tempo era l’intera nazione americana a dettare la linea, al di sopra delle tradizionali divisioni ideologiche dell’Europa. Oggi invece la spaccatura che divide l’America segna il confine tra due idee del futuro in lotta tra di loro per ordinare la globalità, un dualismo ideologico che si mostra tanto più potente quanto maggiormente riesce ad essere opposto a quello della Guerra Fredda.

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