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Che faccio? Mi metto a violare la moratoria del dibattito politico, spesso insulso, di fronte alle tragiche dimensioni e conseguenze del terremoto che ha sconvolto il Centro Italia? Un dibattito che ne produce poi un altro: quello sui e fra i giornali.

Sì, debbo violare la moratoria per il clamoroso infortunio nel quale è incorso, proprio di fronte alla tragedia sismica, l’ormai solito capogruppo forzista della Camera Renato Brunetta, peraltro mai eletto davvero alla sua doppia carica parlamentare. Mai eletto davvero deputato per il meccanismo delle liste bloccate, che lo ha portato automaticamente a Montecitorio, al pari di tutti gli altri, di ogni colore. Mai eletto davvero capogruppo, come mi ricordava qualche mese fa un deputato della stessa Forza Italia, stanco di sentirgli “sparare” ogni giorno e ogni ora “raffiche di vento o di fuoco contro mezzo mondo”, perché “acclamato svogliatamente” a suo tempo su proposta o designazione del presidente del partito. Cioè di Silvio Berlusconi.

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Già irritato di suo per le voci circolate su presunte difficoltà della sua convalescenza a causa del silenzio opposto nei giorni della tragedia sismica ai numerosi tentativi degli amici e dei giornalisti di contattarlo, magari solo per fargli commentare le polemiche risollevate attorno agli interventi di sette anni fa, quando lui era presidente del Consiglio, all’Aquila e nelle altre località abruzzesi colpite dal terremoto, Berlusconi dev’essere sobbalzato alla lettura o alla segnalazione di una lunga intervista a ItaliaOggi di Brunetta, appunto. Che ha parlato proprio del “silenzio” del suo leader – l’”unico” da cui lui si senta di dipendere – per diffidare chiunque dall’interpretarlo nella lettura di quello che sta facendo o combinando Stefano Parisi in Forza Italia e dintorni, compresa la Conferenza programmatica annunciata per il 16 e 17 settembre a Milano. Alla quale, tanto per fare confusione e al tempo stesso concorrenza, il capogruppo ha deciso di accostare, ma sarebbe meglio dire contrapporre, i suoi “Stati Generali del centrodestra di governo”. Così “il consigliere comunale” di Milano Parisi –ha detto in pratica Brunetta- impara a non darsi troppo arie, o i “giornaloni” ad attribuirgliene.

Già questo sarebbe bastato e avanzato a guastare ulteriormente le vacanze di Berlusconi, così attento a seguire il pur generico e non chiarissimo mandato conferito al “manager” Parisi, come lo chiama Brunetta. Ma questi, nella sua foga demolitrice, è andato oltre prendendosela col povero Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale. Che da uomo “libero”, nel senso di giornalista non imbeccato dal suo editore, aveva così sintetizzato su tutta la prima pagina del quotidiano già di Indro Montanelli le emozioni procurategli dalla tragedia di Amatrice e di tutti gli altri centri devastati e dalle vittime che ancora si cercavano fra le macerie: “Forza italiani- Forza Renzi”.

Passi per gli italiani, che possono essere incoraggiati anche quando non indossano la maglia azzurra della squadra nazionale di calcio, ma come si permette questo Sallusti di incoraggiare pure il presidente di turno del Consiglio dei Ministri, specie poi quando questi si chiama ed è Matteo Renzi?, dev’essersi chiesto Brunetta, che ne sogna ogni giorno la più rovinosa caduta. E che non ha forse sospeso neppure nelle ore del lutto nazionale la mobilitazione propria e dei suoi amici e familiari in vista del pur non imminente referendum sulla riforma costituzionale. Un referendum di cui Brunetta non condivide neppure l’aggettivo datogli dai costituzionalisti –“confermativo”- perché previsto dall’articolo 138 della Costituzione sulle modifiche ad essa apportate dalle Camere con una maggioranza inferiore ai due terzi dei voti dei loro componenti, com’è appunto accaduto alla riforma di Renzi. Secondo l’esigentissimo o fantasiosissimo capogruppo forzista di Montecitorio, questo referendum dovrebbe essere di iniziativa, o di proprietà, solo delle opposizioni. Pertanto si potrebbe chiamare o comunque si dovrebbe avvertire come anch’esso abrogativo, sia pure senza la necessità, stabilita per quelli riguardanti le leggi ordinarie, di portare alle urne almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto per renderne validi gli effetti.

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Renzi –ha gridato Brunetta- dovrebbe “meritarsi” la “solidarietà” invocata e autonomamente offertagli dall’imprudente direttore del Giornale presentandosi alle Camere per un discorso “di verità” sulle cattive condizioni economiche, finanziarie e sociali del Paese e assumersene le responsabilità. E quindi dimettersi?, gli ha chiesto l’intervistatore. “Certo”, gli ha risposto lui. Dimettersi insomma senza neppure aspettare la bocciatura referendaria per la quale Brunetta sta lavorando. E pazienza se all’emergenza sismica dovesse aggiungersi l’emergenza politica e istituzionale, in questo momento, di una crisi di governo.

Le scosse di terremoto della natura sono niente di fronte a quelle che Brunetta è capace di sognare nella sua infaticabile, irrevocabile, interminabile lotta al presidente del Consiglio in carica. Del quale probabilmente il capogruppo forzista di Montecitorio non ha ritenuto credibili neppure le lacrime versate in Chiesa ai primi funerali delle vittime, accanto alla moglie Agnese, anche lei piangente, peraltro affiancata pure da un emozionato vice presidente forzista della Camera Simone Baldelli.

A questo punto Berlusconi si è probabilmente sentito in dovere di emettere un comunicato per ricordare e riconoscere, con Sallusti e un po’ meno con Brunetta, che “questo è il momento dell’unità e dello sforzo comune per assicurare la massima efficacia e sollecitudine degli interventi”. E per garantire, a dispetto delle condizioni, diciamo così, poste dal capogruppo della Camera, che i parlamentari di Forza Italia sono pronti a votare le leggi sulla ricostruzione delle zone terremotate.

Si parla già di “un tavolo di coesione per i provvedimenti antisismici”, al quale è francamente difficile immaginare seduto, sulla solita punta della poltroncina, il sempre inquieto Brunetta. Di cui Berlusconi dovrebbe decidersi a privarsi come capogruppo alla Camera. Se poi non lo farà per chissà quale ragione tattica o umana, saranno affari o guai suoi.

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