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I caccia emiratini hanno preso parte alle operazioni militari condotte dalle milizie fedeli al generale Khalifa Haftar, che rappresenta uno dei frontman della pseudo-dittatura militare che governa nella parte orientale della Libia, quella che si oppone al governo studiato dall’Onu per la riconciliazione nazionale e insediatosi a Tripoli a marzo. Il sito Middle East Eye ha ottenuto  alcune registrazioni delle comunicazioni tra piloti dell’aviazione degli Emirati Arabi e una sala di comando aereo che si trova all’aeroporto di Benina, nei pressi di Bengasi. Là, a Benina, dove la milizia ombrello dell’Est (Lna) ha la sua base operativa, la presenza degli emiratini è stata più volte segnalata: insieme a loro, nel corso degli ultimi mesi, è stata registrata la presenza di unità speciali dell’intelligence francese, inglese, americana e anche italiana. Le operazioni sono clandestine e coperte dal completo riserbo, anche perché ufficialmente tutti questi governi appoggiano la riconciliazione promossa dall’Onu. La presenza di unità speciali sul lato opposto del fronte interno sarebbe un caso politico, e per questo c’è sempre stata molta confusione: anonimi funzionari contattavano le fonti di stampa, i governi smentivano ufficialmente. Fino a che il 17 luglio un elicottero di fabbricazione russo delle forze di Haftar è precipitato e ha lasciato a terra i corpi (con equipaggiamento e documenti) di tre agenti speciali francesi. A quel punto Parigi s’è trovata costretta a un’arrampicata sugli specchi per confermare il dispiegamento.

EMIRATI IN LIBIA

La notizia di Middle East Eye non fa altro che confermare la presenza asimmetrica di attori internazionali dietro alla crisi libica. Emirati Arabi ed Egitto sono i principali sponsor politico-diplomatici del governo di Tobruk e di Haftar: un esempio della penetrazione degli EAU sul dossier-Libia è rappresentato dalla vicenda dell’ex inviato Onu Bernardino Leon, vittima di uno scandalo che lo ha coinvolto quando è trapelata la notizia che era già in accordi per guidare l’Accademia diplomatica di Abu Dhabi (50mila dollari al mese), mentre prendeva piano piano posizioni più favorevoli agli Emirati, da sempre apertamente schierati su uno dei due lati del conflitto che Leon per conto dell’Onu doveva far terminare. Gli Emirati hanno anche già aiutato direttamente Tobruk (l’est) contro Tripoli: nel 2014, per esempio, bombardando proprio aree della capitale. Inoltre, sarebbero stati dei loro cargo ad inviare clandestinamente ad aprile un grosso blocco di mezzi da combattimento in Cirenaica, e sono stati gli stessi veicoli che Haftar ha fatto finta di muovere verso Sirte, per unirsi o anticipare Tripoli nell’attaccare lo Stato islamico, ma poi ha posizionato a Zella, come proiezione tattica verso alle aree petrolifere centro-orientali.

LA GUERRA DI HAFTAR: Il PETROLIO

Durante il weekend scorso Haftar ha lanciato una missione che potrebbe far saltare l’intero tavolo negoziale in sede Onu (oppure deviarlo a proprio interesse): è quello su cui hanno scommesso la gran parte delle diplomazie mondiali, Roma compresa, e dunque se saltasse sarebbe un fallimento diplomatico importante. L’Lna (che sta per Libyan National Army, la definizione ambiziosa egemonica con cui l’est libico e il generale chiamano il raggruppamento delle milizie fedeli) ha preso il controllo di quattro porti petroliferi della Mezzaluna, ossia ha occupato i terminal che si trovano in quella fascia centro-orientale del paese già marcata e da cui il petrolio libico, il 95 per cento delle ricchezze del paese, prende il largo verso i commerci esteri. Ha scacciato le Petroleum Facility Guards, le milizie che finora avevano messo sotto sequestro gli scali, a cui Serraj stesso aveva dato beneplacito dichiarandolo “stato di forza maggiore”. Serraj prima ha accennato una reazione al blitz di Haftar, sebbene fosse cosciente di non avere i mezzi per contrastare militarmente Haftar, poi ha scelto la via degli ammonimenti dialettici, parlando del petrolio come una risorsa “di tutti i libici”. Per ora la crisi resta sul piano politico, inasprita sensibilmente, ma ancora non sfocia su quello militare – non è detto che accadrà, ma è uno degli scenari possibili, gli altri passano tutti da una più probabile negoziazione tra Haftar e Serraj, spinta dei rispettivi partner esterni.

E BENGASI

I caccia degli Emirati, però, non stanno appoggiando l’offensiva sui terminal petroliferi — in quella di è combattuto poco, Haftar non ha perso nemmeno un uomo, usando un lavoro d’erosione tra le popolazioni che vivono negli scali, ormai stanche dal pizzo imposto dalle Pfg. Le registrazioni, secondo le analisi di MEE risalgano a mesi fa, tra marzo e maggio, quando cioè i jet stavano aiutando Haftar in un altro fronte, ancora aperto, della sua guerra: scacciare i miliziani che gli si oppongono in alcune aree di Bengasi. Su questi una precisazione: si tratta di gruppi anche radicali, alcuni hanno collegamenti con le realtà politiche misuratine, altri hanno affinità ideologiche con gli estremisti, che si riconoscono quasi tutti nel Consiglio della Shura rivoluzionario di Bengasi, SCBR per acronimo inglese. Poi c’è lo Stato islamico, che non ha una forte presenza locale, ma anche mercoledì ha rivendicato la cattura di tre checkpoint costieri uccidendo cinque membri dell’Lna. Prendere Bengasi per l’Est è parte di un piano di attestazione della propria superiorità sull’altra ala regionale e per questo sono concentrati là. Lunedì sono circolate voci messe in giro Amaq News, la sedicente agenzia stampa dell’IS, su un bombardamento eseguito nell’area di Bengasi da parte di velivoli senza piloti francesi, anche se i francesi hanno detto che da fine luglio avevano abbandonato il paese: sono informazioni non verificabili e sulle quali Parigi non rilascia commenti.

GLI ITALIANI SULL’ALTRO LATO

Questo scenario complesso è quello che si troverà davanti il contingente che l’Italia ha deciso di inviare a Misurata. Si tratta di una missione umanitaria – “Ippocrate” il nome annunciato dalla ministro Roberta Pinotti, come il medico di Kos a cui è dedicato il giuramento deontologico professionale – cha ha il compito esplicito di creare un’ospedale militare nella città dell’ovest libico, i cui combattenti sono quelli maggiormente impegnati nella battaglia contro lo Stato islamico a Sirte, e uno implicito di offrire un forte supporto politico al governo filo-Onu che dovrà essere guidato da Fayez Serraj; “medical diplomacy” l’ha definita il ricercatore Ispi Arturo Varvelli su Radio 24. La mozione è stata votata a larga maggioranza martedì (contrario il M5S, astenuta la Lega) e prevede l’invio di 65 elementi del personale medico, 135 addetti alla logistica e 100 uomini del 186esimo Reggimento paracadutisti Folgore con meri compiti di protezione. L’ospedale, “pronto in tre settimane” dice Pinotti, sarà piazzato all’interno del compound piuttosto esteso dell’aeroporto di Misurata, una zona considerata sicura, dove è molto probabile si trovino già uomini delle forze speciali (bonus per la sicurezza: un C27J pronto per l’evacuazione di emergenza sulla pista, una nave della missione Nave Sicuro poco a largo delle coste cittadine). I militari italiani si inseriranno in un contesto in cui i contrasti interni si sono di nuovo infiammati, e la minaccia terroristica resta sempre di alto livello – pare infatti che una minima parte dei baghdadisti siano rimasti a Sirte, mentre un’altra aliquota s’è dispersa in cellule clandestine per il paese: la testimonianza di questo sta nel fatto che alcuni degli attacchi kamikaze che hanno colpito le forze di Misurata nella città costiera libica che era la capitale locale del Califfato, sono arrivati da fuori dell’area in cui gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi si trovano assediati. Facile pensare che i militari occidentali facciano da possibile calamita per gli attentati.

LA NOC VUILE RIAPRIRE I COMMERCI

Martedì la Noc, la compagnia locale, mentre le nazioni occidentali (Stati Uniti, Francia, Spagna, Italia, Germania, Regno Uniti) che si occupano del dossier condannavano l’azione di Haftar, ha annunciato di voler iniziare “immediatamente” il lavoro per riavviare le esportazioni dai terminal orientali (Ras Lanuf, Es-Sidr, Brega, e Zueitina), finora bloccati dalle milizie Pfg, e scacciate domenica dall’offensiva del generale cirenaico. Le Pfg di Ibrahim Jathran sono un’entità a sé stante, che è passata da alleanze con l’est alle ultime con l’ovest: finora hanno controllato i terminal senza la capacità di vendere il petrolio (ci hanno provato nel 2014 ma i Navy Seals americani riportarono il cargo in Libia) e congelando chiunque altro volesse farlo, poi a luglio hanno raggiunto un accordo di riapertura con Serraj, che avrebbe pagato per tornare a sfruttare gli scali, ma ora quegli impianti non sono più sotto il loro controllo, e sembra che alcuni gruppi interni abbiano lasciato passare l’Lna. “Accogliamo con favore le dichiarazioni del Forze armate libiche (Lna, ndr) alleate con la Camera dei rappresentanti (il parlamento esiliatosi a Tobruk. ndr) e il suo presidente Aguila Saleh, che i porti devono essere posti sotto il controllo della NOC”, ha detto il capo della Noc Mustafa Sanalla, dicendosi fiducioso del fatto che si potranno subito raggiungere i 600mila barili al giorno, per arrivare a 950mila nelle prossime quattro settimane, a fronte dei circa 290mila attuali. Che Tobruk abbia concesso l’uso dei terminal alla Noc è una nota dal valore politico, perché è come se evidenziasse che l’occupazione è stata un’azione a favore “di tutti i libici”, come dice Serraj (che mano a mano sta perdendo molti dei punti acquisiti nel corso dei mesi). Nell’ambito di un accordo di unità firmato nel mese di luglio, infatti, la NOC riconosce il Consiglio di presidenza guidato da Serraj come la più alta autorità esecutiva, ma considera la Camera dei Rappresentanti HoR di Tobruk l’autorità legislativa di riferimento. È d’altronde quello che il piano prevede il piano della Nazioni Unite, visto che l’HoR è l’ultimo organismo eletto dai libici: ha anche il compito di dare la fiducia che servirà a Serraj per formare il governo, ma questa è stata da poco formalmente negata dopo una serie di riunioni saltate per mancanza del quorum. La Noc s’è inserita in mezzo a questa nuova fase della crisi politica tra Tobruk e Tripoli con pragmatismo, sfruttando uno spazio lasciato dal complicato piano Onu, che sta in questo momento vacillando come mai prima. Sanalla aveva minacciato il Gna di togliergli l’appoggio per via dell’accordo siglato con Jathran. Nella notte tra mercoledì e giovedì pare che una petroliera abbia caricato a Ras Lanuf il primo carico di petrolio libico da esportare.

Fayez Serraj, Libia, trenta

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