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Stefano Parisi sta forse rilasciando troppe interviste per i gusti e le raccomandazioni fattegli di persona nella villa di Arcore da Silvio Berlusconi nel conferimento dell’incarico di tentare dove lui, diciamo la verità, ha fallito un po’ per stanchezza e un po’ per l’oggettiva complessità della situazione: la riorganizzazione di Forza Italia, anche a costo di scioglierla, come d’altronde è già accaduto un’altra volta, e la ricomposizione di quello che per una ventina d’anni abbiamo chiamato tutti, a torto o a ragione, centrodestra. Quello senza il trattino, come molti hanno inutilmente tentato di fare a lungo col centrosinistra senza mai riuscirvi perché la sinistra, almeno sino all’arrivo di Matteo Renzi sulla scena della cosiddetta seconda Repubblica, ha finito per prevalere sul centro, sino a strozzarlo. Ne sa qualcosa il povero Romano Prodi, cui è toccato gestire a dieci anni di distanza l’aborto di due centrosinistra senza trattino: nel 1998 e nel 2008, la prima volta passando la mano a Palazzo Chigi a Massimo D’Alema e la seconda portandosi nella tomba politica le Camere elette solo due anni prima.

Per quanto incapace di resistere a telecamere, registratori e telefonate, Parisi comincia a raccogliere qualche buon risultato, se non proprio procedendo “dritto come un treno”, secondo la forse troppo ottimistica rappresentazione fatta del suo lavoro dal Giornale della famiglia Berlusconi, che ha riferito anche del buon umore dell’ex presidente del Consiglio. L’incaricato è riuscito, in particolare, a muovere davvero le acque, anche a costo di provocare nuove divisioni, come se non bastassero le vecchie.

Per un aspirante “federatore”, come lo stesso Parisi si è qualche volta definito o lasciato definire, può sembrare a prima vista un incidente provocare nuove divisioni, ma non lo è per niente. Lasciatevelo dire da un anziano cronista politico, che ne ha viste davvero di tutti i colori, fra prima, seconda e incipiente terza Repubblica.

Aldo Moro, che fra tutti fu il più grande federatore nella sua Democrazia Cristiana – come gli ha appena riconosciuto in una intervista a Sette, il supplemento del Corriere della Sera, uno come Ciriaco De Mita, che pure ne contestò tante volte la prudenza, e gli procurò con i propri amici di corrente anche il brutto scherzo di fargli mancare al primo colpo la maggioranza necessaria per essere eletto presidente del Consiglio Nazionale della Dc, e quindi del partito – ricordava sempre che per ricomporre bisogna prima scomporre. E’ quello che sta esattamente facendo il mancato sindaco di Milano, forse inconsapevole di seguire le orme di tanto predecessore.

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All’interno di Forza Italia Stefano Parisi è riuscito a mettere una zeppa, diciamo così, fra Berlusconi e i tanti generali, colonnelli, capitani, tenenti e caporali abituati a farsi scudo di lui per difendere ciascuno il proprio orticello, e le proprie ambizioni.

Per quanto rumorose, le proteste e le smorfie dei vari Renato Brunetta, Giovanni Toti, Daniela Santanchè e via svolazzando sono ormai materia più di satira –diciamo la verità- che di analisi politica. Lo dico e lo scrivo pensando, più in particolare, alla sfida che ogni giorno Brunetta fa a Parisi sul percorso referendario della riforma costituzionale: la sfida a chi ha il no più duro da gridare nelle piazze e da segnare sulla scheda quando finalmente i signori della Corte di Cassazione, di Palazzo Chigi e del Quirinale si decideranno a mandarci alle urne.

All’esterno di Forza Italia Parisi è riuscito a mettere in ulteriore crisi, per quanto mascherata con aggettivi e allusioni, i già difficili rapporti fra il segretario della Lega Matteo Salvini e i più moderati e realistici governatori leghisti della Lombardia e del Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia: il primo persino sprezzante verso il lavoro, le proposte e le parole del mancato sindaco di Milano e gli altri due invece “incuriositi”, e quindi disposti a discuterne.

La smania di Salvini di saltare sul trattore di turno per spianare cose e idee, come se fosse tutta una filiera di campi nomadi, ha cominciato a stancare, insospettire, preoccupare, secondo le ore o i giorni, la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

Nel Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, o come diavolo deve essere chiamato il partito un po’ incompiuto messo in cantiere con quel che resta dei casiniani dopo il disimpegno deluso dello stesso Pier Ferdinando Casini, il lavoro di Parisi ha dato più spazio alla dissidenza di Renato Schifani, fresco ancora di dimissioni da capogruppo al Senato e convinto della necessità, anzi dell’urgenza di una riconciliazione con Berlusconi. Lo stesso Alfano è stato costretto ad aprire a Parisi, e conseguentemente a prendere le distanze da Matteo Renzi, cui d’altronde aveva già prospettato la necessità di una verifica, o tagliando, della maggioranza e del governo dopo il referendum costituzionale.

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Anche sul piano mediatico, nei rapporti con i giornali d’area del centrodestra, Stefano Parisi è riuscito a farsi apprezzare un po’ da tutti, anche da quanti si stanno beccando da tempo, con vecchie e persino nuove, imminenti testate, nella curiosa gara a chi è o fa più l’antirenziano: in particolare, fra il Giornale diretto da Alessandro Sallusti, Libero guidato da Vittorio Feltri e il quotidiano di prossima uscita di Maurizio Belpietro. Al quale Sallusti, anche a costo di coltivare in casa una rischiosa concorrenza, ha appena dato una mano accusando Renzi di “aver fatto cacciare Belpietro da Libero e convinto per interposte persone Vittorio Feltri a cambiare idea rispetto a quello che scriveva su questo giornale” contro o sul presidente del Consiglio.

Feltri senior, dal canto suo, per parare i colpi dei due concorrenti ricorre alle immagini sportive per scrivere che Renzi, a dispetto della sua forte partenza, “campicchia senza infamia e senza lode a centro classifica”. Dove tuttavia le possibilità di recupero sono sempre maggiori di chi sta in fondo.

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