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In nome della real-politik è normale che tutti i Governi, europei e non, debbano oggi congratularsi con Erdogan per aver sventato il colpo di stato dei militari turchi. Anche noi italiani, in considerazione dell’importanza dei nostri interessi commerciali, dobbiamo far buon viso a cattiva sorte ed esultare per la vittoria della democrazia e delle sue Istituzioni ufficiali.

Tuttavia, una cosa è il realismo politico e un’altra sono le considerazioni che, da analisti indipendenti, potremmo concederci il lusso di fare. Che una gran parte della popolazione, e magari addirittura la maggioranza, plauda a un Governo esistente e premi con il voto in plurime consultazioni elettorali non significa, sempre e ovunque, che ci si trovi di fronte a una vera democrazia. Tantomeno a una democrazia liberale e cioè il modello che noi europei giudichiamo ottimale pur con tutti i suoi difetti. Se l’analisi si limitasse solo a costatare il visibile consenso delle moltitudini, allora furono democrazie compiute anche il fascismo italiano, il comunismo staliniano e il nazismo tedesco. Forse che in quelle realtà mancava un vasto consenso popolare?

Diversamente da ciò, la democrazia liberale è quella forma di politica in cui una maggioranza certamente governa, ma pratica rispetto e dà spazio politico anche alle minoranze. Questo non è certo il caso della Turchia di Erdogan. Da quando è al potere, il Sultano ha portato sempre di più il Paese verso un sistema autoritario con la repressione violenta di ogni dissenso e con la persecuzione delle minoranze, siano esse di carattere religioso o etnico. Le imprese che possono lavorare sono solo quelle “amiche” e i giornali anche un poco dissidenti sono stati minacciati, privati delle fonti di sostentamento e, in qualche caso, perfino espropriati. La corruzione impera ma è limitata ai sodali e ai familiari di Erdogan.

Nonostante nel suo ufficio presidenziale mantenga alle spalle della sua scrivania un ritratto di Ataturk, il “padre dei turchi”, la sua politica conservatrice, confessionale e corrotta è esattamente il contrario di quanto il fondatore della Turchia moderna aveva impostato per il suo Paese.

Che immediatamente dopo il fallito golpe abbia fatto arrestare migliaia di militari, di magistrati e d’intellettuali assieme a comuni cittadini e che ora minacci la reintroduzione della pena di morte non si spiega solamente con le precauzioni necessarie per ristabilire l’ordine: sta solo completando in un colpo ciò che aveva continuato a fare da qualche anno a questa parte. Diciamocela tutta: Erdogan è un dittatore violento e spregiudicato e la sua forza deriva dal terrore seminato ovunque e dal sostegno della parte più retriva della popolazione.

Che sia stato proprio lui a organizzare il fallito colpo di stato contro di se è inverosimile e i bombardamenti fatti dai golpisti contro il Parlamento e alcuni altri palazzi istituzionali confermano i nostri dubbi. Non è altrettanto inverosimile, invece, che fosse già informato di quanto sarebbe potuto succedere e che abbia lasciato apposta che avvenisse per avere la scusante dell’”opera di pulizia” che sta attuando adesso. Se non è stata pura incapacità di chi ha preparato l’azione eversiva, bisognerebbe pensare che sia stato fin troppo facile per lui lo spostarsi all’aeroporto di Istanbul. Anche la prontezza di reazione della polizia e di una parte dell’esercito è possibile che sia stata del tutto improvvisata? Quando mai in un golpe non c’è, tra le prime cose da farsi, l’imprigionamento o addirittura l’assassinio del Capo del Governo e dei suoi prossimi? Certamente non abbiamo e forse mai avremo le prove, ma il dubbio che il contro-golpe fosse stato già preparato in anticipo resta.

Quanto ai militari che hanno partecipato, è improbabile immaginare una regia americana anche se, come abbiamo già visto altrove, per gli USA non sarebbe la prima volta che si commettono errori di calcolo. Tuttavia l’America non aveva, ne ha, alcun interesse a destabilizzare in questo momento un utile alleato nella lotta all’ISIS. Considerato il sostegno che l’AKP ha, soprattutto nel centro arretrato della Turchia, anche un successo dei rivoltosi avrebbe causato forti reazioni in alcune parti del Paese con il rischio di una piccola o grande guerra civile e con la conseguenza di un aiuto indiretto dato ai macellai di Raqqa. Pure il recente riavvicinamento con la Russia potrebbe non essere piaciuto a qualche membro del Dipartimento di Stato ma la parallela rappacificazione con Israele e le possibili aperture ad Assad erano certamente in sintonia con quanto giudicato positivo da Washington.

È, invece, molto più verosimile immaginare un coinvolgimento dei gulenisti. Costoro sono una specie di Comunione e Liberazione islamica: un gruppo molto affiatato al suo interno e presente, gramscianamente, in tutti i gangli vitali dello Stato. Vengono considerati moderati (ma, in realtà, sono solo più realisti) e possono contare su qualche centinaio di scuole private di alto livello in Turchia e altre centinaia nel mondo. I suoi allievi mantengono uno stretto contatto tra loro e con il loro “guru” Fetullah Gulen. Fu proprio la loro pervasiva penetrazione nelle Amministrazioni il principale motivo della rottura avvenuta tra Gulen e Erdogan dopo che, all’inizio della scalata politica del Sultano, erano stati stretti alleati. È impossibile affermare ora con assoluta certezza, come invece fatto dal Presidente, che siano stati proprio loro a organizzare il fallito colpo, ma è tuttavia abbastanza probabile. Così com’è possibile che alcuni militari non abbiano apprezzato il cambio di linea sulla Siria intrapreso dal Governo. Non si deve nemmeno escludere che più forze, diverse tra loro, abbiano complottato insieme. Non è mistero che la deriva confessionale del Sultano ha scontentato tutti coloro che, in patria come all’estero, preferivano la Turchia laica e moderna di Ataturk a quella reazionaria di Erdogan.

Il fatto che, seppur a posteriori, anche il partito kemalista, i curdi e i nazionalisti abbiano condannato il tentato golpe non significa nulla. Che altro potevano fare dopo il suo fallimento? Di certo è che, per quanto un colpo di stato non è mai un fattore positivo per le democrazie, ogni volta che i militari turchi l’hanno realizzato, in pochissimi anni si sono fatti indietro e hanno consentito libere elezioni. In entrambi i casi fu per impedire una deriva confessionale e far ritornare allo spirito del fondatore della patria.

Che cosa sarebbe successo questa volta non è dato sapere ma, visto l’autoritarismo non certo democratico di un Erdogan adesso ancora più forte, se mettiamo per un momento da parte la real-politik, ci sarebbe forse da rimpiangere che il “colpo” non sia riuscito.

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La Turchia di Erdogan è ancora una democrazia?

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