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Come ci guarderebbe il resto del mondo, se limitassimo il mercato del vino a causa della presenza degli alcolisti?

Una cosa simile, sta accadendo sul mercato del gioco d’azzardo, che oltre a essere un mercato solido per giro d’affari e indotto occupazionale, è soprattutto animato da scelte di piccoli consumatori che usano alcune somme dei propri risparmi per divertirsi, sperare di vincere, ingannare il tempo. Certo, come tutti gli “sfizi”, anche il gioco può diventare un vizio e produrre dipendenza, quindi determinare situazioni di grande difficoltà nelle famiglie.

Però, a causa del giornalismo sensazionalistico e dei policy-makers sempre meno capaci di comprendere le esigenze di mercati complessi, il tono esagerato sulle dipendenze che ne possono derivare impedisce una seria analisi normativa che riesca a tutelare anche i soggetti più propensi a diventare dipendenti. Basterebbe dialogare con un operatore di settore per sapere che la struttura del business si tiene sulla vita dell’utente: meglio un utente che spende poco e spesso che un utente che esagera.

La retorica un po’ becera, che tende a demonizzare gli imprenditori del settore come squali (senza mai aver parlato con loro), dimentica che il mercato del gioco costruisce un indotto occupazionale di centoventimila unità, seimila imprese, centoventimila punti vendita (come riportano i dati di Sistema Gioco Italia). Non è, ovviamente, solo questione di cifre, ma anche di scelte politiche.

Le democrazie liberali e moderne si distinguono per le garanzie offerte ai cittadini in termini di libere scelte: un consumatore può scegliere cosa fare dei suoi risparmi e un soggetto economico può scegliere il suo settore di business, insomma far interagire la libertà di operare assumendosi la responsabilità economica della causa di ciò.

Bisognerebbe poi accompagnare le proposte proibizioniste con dati economici inconfutabili: se elimini il gettito del gioco d’azzardo, l’ Imu può aumentare del 200 per cento. Quindi, secondo quella logica di puro assistenzialismo, che tanta responsabilità assume nella dimensione del nostro debito pubblico e del livello di tassazione, per colpi dei pochi che “non si sanno tenere”, tutti dovrebbero pagare più imposte.

Basta dare un rapido sguardo ai dati per rendersi conto che questa industria rientra a pieno nel costume nazionale e spesso si trasforma nel “populismo del divertimento” e che le cifre che volano da un talk show all’altro sono spesso fantasie stupide: nel 2014 la raccolta lorda è stata di 84,485 miliardi con un pagamento di vincite di 66,954 miliardi. Dei 17,531 miliardi restanti, 7,959 miliardi sono andati allo Stato come gettito erariale, e 9,572 sono stati i guadagni divisi tra rete commerciale, concessionari e altri soggetti di filiera.

Si può scegliere di giocare o non farlo, si può scegliere di fare impresa nel mondo del gioco o non farla, ma la politica non può scegliere di non occuparsi di un’industria che produce questi dati.

Un dibattito serio proverebbe a ricostruire la normativa nazionale introducendo un fondo per le buone cause, cioè un fondo partecipato da una percentuale del gettito del gioco utile a realizzare opere di pubblica utilità, e un fondo per la responsabilità del gioco partecipato in quota parte da tutti i concessionari e i soggetti operanti in Italia, che vada a finanziare un fondo di protezione delle varie dipendenze (come suggerito dal paper dell’Istituto Bruno Leoni del 28 Aprile 2014).

Questo consentirebbe di superare l’italico vizio per cui, piuttosto che analizzare un problema, si cerca di creare e cavalcare l’audience scandalistico; da qui la narrazione secondo la quale il mondo del gioco d’azzardo sarebbe abitato da gente disonesta che gode delle malattie altrui.

Certo, essendo un settore con un’enorme liquidità transata, può succedere (come spesso è accaduto) che la criminalità organizzata metta le mani per riciclare danaro sporco, ma se si lasciasse tutto al caso, si avrebbe il solo effetto di aumentare il mercato illegale che è stato ridotto grazie a tanti sforzi dei Monopoli di Stato.

Basterebbe una comparazione con il caso francese o quello tedesco per rendersi conto che se si rende difficile la vita, in termini normativi o fiscali agli operatori legali nazionali, emergono gli operatori illegali o quelli che pagano le tasse fuori dall’Italia.

L’occasione creata dalla Commissione Finanze del Senato della Repubblica, che ha convocato un’audizione dei soggetti maggiormente rappresentativi per discutere della riforma organica del gioco contenuta nel ddl 2000, può essere una buona occasione per portare a casa tre obiettivi: ascoltare gli operatori di settore; costruire un rapporto trasparente tra ogni euro incassato dal gettito del gioco e ogni investimento in un opera pubblica (il fondo buone cause indicato all’art.108 del ddl); ridistribuire il gettito anche agli enti locali che ad oggi si misurano solo di fronte alle problematiche derivanti dal settore, senza averne alcun beneficio.

Lo sapete che il gioco non è solo un azzardo?

Di Massimo Corsaro e Gianfranco Manco

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