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Alla fine, la bomba delle mail di partito pro-Hillary s’è rivelata un petardo bagnato: dopo 72 ore tese e polemiche, Bernie Sanders e Elizabeth Warren, le anime democratiche di sinistra e liberal, danno il loro appoggio alla vincitrice delle primarie, Hillary Clinton che – dice Sanders, il suo rivale – sarà “un grande presidente”. L’appoggio più forte alla ex first lady viene dall’attuale first lady, Michelle Obama: “Questa volta, sono con lei”, dice la moglie dell’uomo che, otto anni or sono, sbarrò alla Clinton la nomination. “La sua elezione sarà molto importante per le mie figlie, per le nostre figlie”.

Esaurite le turbolenze della vigilia, la convention democratica parte come vuole il copione, nel segno del tutti con Hillary, ma, soprattutto, del tutti contro Trump. Sanders, che affronta gli irriducibili fra i suoi sostenitori, sta “con la Clinton per battere quel bullo di Trump”.

L’Fbi, intanto, indaga sul furto delle quasi 20mila mail pubblicate da Wikileaks e che hanno creato imbarazzi fra i notabili democratici, fino alle dimissioni della presidente nazionale Debbie Wasserman-Schulz, che non è neppure salita sul palco della convention. I portavoce del partito e della Clinton negano che il risultato delle primarie sia stato manipolato, mentre ipotizzano una manovra da intrigo internazionale: la fuga delle mail sarebbe stata orchestrata da Vladimir Putin per favorire il suo amico Donald Trump. Voci da fantapolitica dove illazioni e smentite, che arrivano puntuali e drastiche, hanno la stessa credibilità: zero.

Sanders, che con la Warren è già riuscito a lasciare il segno sulla piattaforma elettorale democratica su temi a lui cari come l’accesso all’Università e la sanità, incontra, prima dell’inizio dei lavori, i suoi delegati e fa chiarezza: “Dobbiamo sconfiggere quel demagogo di Trump. Dobbiamo eleggere Hillary Clinton e Tim Kaine”. I ‘sanderistas’ sono delusi: accolgono l’appello con ululati, protestano, s’indignano. Sanders li fa sfogare, poi chiede, con un gesto della mano, d’abbassare i torni della contestazione. Che s’acqueta e finisce lì.

A Filadelfia, Hillary riceve pure l’appoggio “a remoto” dell’ex vice presidente di suo marito Al Gore, candidato democratico a Usa 2000: “Non mi è possibile essere alla convention, ma voterò per la Clinton”, scrive su tweet il Nobel per la Pace Gore che fino a questo momento non s’era espresso sulla corsa per la Casa Bianca. “Data la sua preparazione ed esperienza e alla luce delle importanti sfide che la nostra nazione e il mondo si trovano ad affrontare – aggiunge –, compresa la crisi globale del clima, incoraggio tutti a fare lo stesso”.

La convention, che si chiuderà giovedì 28, è stata aperta ieri sera dai discorsi di Michelle, della Warren e di Sanders. Tutti si sono posti il problema di realizzare un’economia che funzioni per la maggior parte dei cittadini e non solo per la minoranza già benestante.

Alla kermesse di Filadelfia, Hillary si presenta per la prima volta “sotto” rispetto a Trump in un sondaggio nazionale: 45 a 48 per cento, secondo un rilevamento Cnn/Orc. Il dato è però influenzato dalla convention repubblicana della scorsa settimana e dall’altissima copertura mediatica che tra polemiche e acclamazioni ha avuto il ticket repubblicano Trump/Pence. Preoccupa, magari, di più Hillary il fatto che due americani su tre non la considerano né onesta né affidabile. E fa rumore sul web un post del regista progressista, e “sanderista”, Michael Moore, che elenca cinque motivi, non buoni, ma validi, per cui Trump può diventare presidente. E desta pure malumori la presenza pervasiva a Filadelfia di banche e finanza.

Oggi, la kermesse democratica prosegue con la conta dei voti dei delegati e la conferma della nomination della Clinton. Domani, il momento clou sarà il discorso del presidente Obama, cui assisterà la presidente della Camera Laura Boldrini. Giovedì, la chiusura sarà ovviamente affidata al discorso di accettazione della nomination di Hillary.

(post tratto dal blog di Giampiero Gramaglia)

A Filadelfia, tutti con Hillary e tutti contro Trump

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