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La quota di maggioranza delle Poste Italiane viene trasferita dal ministero dell’Economia in capo alla Cassa depositi e prestiti (Cdp) tramite una complessa operazione che passa per un aumento di capitale dell’istituto di via Goito e che ha numerosi risvolti di non poco conto. Vediamo i dettagli.

I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE

Il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti ha convocato l’assemblea degli azionisti, ossia il Tesoro e le Fondazioni, per deliberare un aumento di capitale da 2,93 miliardi. La ricapitalizzazione sarà riservata al ministero dell’Economia. Questo ha innanzi tutto una importante conseguenza: il Tesoro crescerà nel capitale della Cdp dall’attuale 80 all’85% circa, mentre le Fondazioni bancarie si diluiranno al 15 per cento.
Che c’entra l’azienda guidata da Francesco Caio in tutto questo è presto detto: il Tesoro pagherà l’aumento di capitale della Cdp non con soldi liquidi, come spesso avviene nelle ricapitalizzazioni (si vedano per esempio quelle delle banche di cui tanto si sta parlando in queste settimane), ma con azioni delle Poste, trasferendo in questo modo il 35% della società, pari a quasi 3 miliardi di euro (che altro non è che l’ammontare della ricapitalizzazione). Il restante 30% circa della quota della società guidata da Caio in mano al Tesoro sarà invece collocato in un secondo tempo sul mercato. Solo con questa operazione il ministero guidato da Pier Carlo Padoan riuscirà nell’intento di fare cassa. Una volta completati questi due passaggi, l’aumento di Cdp e il collocamento delle Poste sul mercato, la Cassa sarà la prima azionista delle società guidata da Caio con il 35% del capitale.

IL RAFFORZAMENTO DELLA CASSA

Tornando a concentrarsi sulla ricapitalizzazione, un comunicato della stessa Cdp precisa: “L’operazione permette il rafforzamento della dotazione patrimoniale, contribuendo così al conseguimento degli ambiziosi obiettivi del piano industriale e a poter valutare e sviluppare opportunità di valorizzazione per i gruppi Cdp e Poste, preservando la stabilità dell’azionariato di Poste e gli accordi in essere tra le stesse società”. In che modo si rafforza il patrimonio della Cassa lo spiega oggi il Corriere della Sera: “Il gruppo presieduto da Claudio Costamagna rafforza il patrimonio netto (che a fine 2015 era di quasi 19 miliardi) con una nuova partecipazione azionaria che vale circa 3 miliardi. Il significato dell’operazione è quindi quello di dare più risorse alla Cdp che ha come mission lo sviluppo di un piano di sostegno dell’economia italiana. Tra le operazioni da sostenere ce n’è soprattutto una a breve termine (sebbene sia da tempo all’orizzonte): l’ingresso della Cdp, con una quota di minoranza, nella cordata che rileverà Ilva, primo gruppo siderurgico nazionale oggi in amministrazione straordinaria. La mossa del Tesoro sembra essere stata fatta proprio a tale scopo”.

NON C’È OBBLIGO DI OPA

Un altro aspetto da evidenziare delle complessa operazione che porterà la quota di maggioranza delle Poste dal Tesoro sotto il cappello della Cassa guidata dall’ad, Fabio Gallia, è che non scatti per la Cdp l’obbligo di lanciare una costosa Offerta pubblica di acquisto (Opa). Il dubbio viene dal momento che si trasferisce il 35% della società quotata in Borsa, superando quindi il limite del 25% fissato per l’Opa. Il ministero ritiene, però, che non si incorra nell’obbligo. E questo probabilmente perché anche post conferimento delle azioni delle Poste l’attività di indirizzo e di gestione della società quotata in Borsa dall’anno scorso continuerà a essere esercitata dallo stesso Tesoro (quindi non dalla nuova azionista Cdp).

IL VERO MOTIVO DELLA SEPARAZIONE DELLA GOVERNANCE

Riassumendo, quindi, il Tesoro seguiterà a fare la voce grossa nelle Poste, esercitando i poteri di primo azionista. E questo nonostante il conferimento della quota di maggioranza alla Cassa depositi e prestiti. Come mai questo assetto a livello di governance? Per via degli intrecci tra Poste e Cdp che fanno emergere potenziali conflitti di interessi. Scrive Vittoria Puledda su Repubblica: “Il colosso guidato da Caio colloca per conto della Cdp Buoni e libretti (l’ammontare complessivo a fine marzo scorso è pari a 326 miliardi) e in cambio riceve laute commissioni (1,6 miliardi l’anno)”. “Per Poste – spiega Laura Serafini sul Sole 24 ore – essere controllata da un soggetto che è anche controparte in un contratto economico non pone esattamente nelle migliori condizioni contrattuali. Un tema sul quale l’attuale azionista di riferimento, il ministero dell’Economia che controlla il 64,7 per cento del capitale, è molto sensibile soprattutto in considerazione del fatto che intende, entro fine anno, collocare sul mercato una seconda tranche di Poste pari al 29,7 per cento del capitale. Ecco allora che è stata scelta la strada di separare la governance”.

IL DECRETO MINISTERIALE

Va tuttavia aggiunto che per disciplinare il passaggio della partecipazione (che finirà nella gestione separata di Cdp) e le regole di governance è stato adottato un apposito decreto ministeriale. Provvedimento che tra l’altro, sottolinea sempre il Sole 24 ore, si rende necessario anche perché il precedente Dpcm che ha consentito la privatizzazione di Poste prevedeva la cessione di una quota massima del 40 per cento del capitale. E oggi la situazione invece è del tutto cambiata, perché il Tesoro ha deciso di uscire completamente dal capitale, continuando però a esercitare i poteri di gestione.

Francesco Caio poste italiane

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