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La campagna elettorale a Roma sembra essere diventata un batti e ribatti di accuse personali e di velenosissimi post sui social network. O meglio, da qualche anno a questa parte è la politica tutta ad aver preso questo (brutto) andazzo: dalle dirette Facebook di Matteo Renzi passando per il selvaggio clickbait di Grillo fino ad arrivare alle immagini di Giachetti in cui vengono poste delle frasi ad effetto con l’unico scopo di far risultare inadatta la sfidante candidato sindaco al Governo della città di Roma. Il titolo, forse un po’ tranchant e netto, vorrebbe parafrasare la famosa frase che il Marchese Onofrio del Grillo detta ad Aronne Piperno l’ebanista, colui che sarebbe stato giusto pagare, come sentenziò il contabile del nobile romano. Che rimando c’è tra la celebre frase e il secondo turno delle elezioni di Roma è presto detto: nessuno dei due contendenti alla poltrona di Sindaco della Capitale pone in essere un briciolo di programma.

Programma, beninteso, che sia tale e non un insieme di boutades poste alla rinfusa una dietro l’altra, come i vari coinvolgimenti di Francesco Totti o le funivie hanno lasciato intendere in più di una occasione e per cui il web ha già dato il meglio di sé in entrambi i casi, come spesso accade in queste circostanze.

Cerco di spiegarmi meglio: nessuno (grassetto, corsivo, sottolineato, come amava dire Michele de Lucia dai microfoni di Radio Radicale per rafforzare un concetto) è in grado di amministrare la Capitale rebus sic stantibus. Il perché è presto detto: non c’è amministrazione della Città se vengono accettati supinamente i vincoli del patto di stabilità e del debito pubblico.

E se questo può sembrare un endorsement all’unico candidato sindaco che s’è espresso chiaramente in questa direzione, senza dubbio lo è: solo Alessandro Mustillo (candidato sindaco del PC) ha più volte rimarcato questo concetto. «[…] Senza la rottura di questo meccanismo, che è funzionale solo alla grande finanza e ai grandi centri di potere economico di Roma, nessuna delle promesse elettorali fare in questi mesi potrà essere realizzata. O si straccia il patto di stabilità interno o si distrugge questa città: non c’è una terza via», ha infatti detto Mustillo dal palco di Piazza Sauli dove era organizzato il comizio finale della sua campagna elettorale un pugno di giorni prima dal voto di domenica 5 giugno.

Anche perché, proprio riguardo il debito pubblico, il Commissario Straordinario per il Rientro del Debito del Comune di Roma, Silvia Scozzese, relazionando in commissione bilancio della Camera dei Deputati del 5 aprile 2016, disse testualmente: «Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. Attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore».

Tagliando con la metaforica accétta: dobbiamo ridare dei soldi, ma non si sa a chi.

La situazione è ai limiti del paradossale, ma ancor peggiore è la posizione di due candidati sindaci (M5S e PD) che si guardano bene dal menzionare il problema, quello più insormontabile e irrisolvibile al momento, della Città di Roma.
O, qualora si ravvisasse come circostanza da impossibile da risolvere nel breve termine come facilmente e banalmente ipotizzabile, che si pongano almeno delle domande chiare, ad esempio: come si fa a pagare un debito pubblico di cui non si conoscono  il 43% dei creditori? Da chi è stato fatto questo debito, e – soprattutto – in nome di quali interessi?

Quesiti che, al momento, s’è posto un solo candidato sindaco (e che non è arrivato al ballottaggio).

Per ascoltare la relazione completa di Silvia Scozzese, Commissario straordinario per il rientro del debito del Comune di Roma, cliccare qui. Il video riporta l’intera commissione bilancio, presieduta dall’on. Boccia (Pd).

Belle le elezioni, bello il ballottaggio. Ma poi?

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