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Donald Trump è andato a scuola di politica estera da Henry Kissinger, l’uomo della “politica del pingpong” con la Cina come della distensione in Europa con l’Atto di Helsinki. Secondo il Washington Post, che ne dava l’annuncio, l’incontro di Trump con Kissinger ha un duplice significato: proverebbe che il magnate sta cercando di consolidare la sua preparazione in politica estera e che l’establishment repubblicano gli si sta avvicinando.

Per Trump, quando parla di politica estera, gli incidenti di percorso sono dietro l’angolo: usa toni duri con la Cina e spicci con l’Europa, oltre che ultimativi verso il sedicente Stato islamico. Ed esprime interesse quando non fascinazione per alcuni ben noti uomini forti, come il presidente russo Vladimir Putin o – una “new entry” – il dittatore nord-coreano Kim Jong-Un, l’erede di una dinastia che porta avanti un programma nucleare e missilistico e che è spesso responsabile di gesti pericolosi e provocatori.

Rispondendo alla disponibilità di Trump a incontrare Kim, espressa in un’intervista, la campagna della Clinton ha denunciato la “bizzarra attenzione” dello showman “per uomini forti stranieri”. Anche se il terreno, per l’ex segretario di Stato, è scivoloso: quand’era presidente, suo marito Bill, negli ultimi mesi alla Casa Bianca, concepì il progetto, poi non realizzato, d’un avvicinamento proprio con Pyongyang.

Dopo avere acquisito la quasi certezza della sua nomination, e rafforzata la squadra “esteri”, Trump ha esposto in un discorso una sorta di strategia del bastone e della carota, sostenendo fra l’altro che “allentare le tensioni […] con la Russia, da un punto di vista di forza, è possibile, assolutamente possibile”. Anche la Cina “rispetta la forza”, ma gli Usa “hanno perso la loro rispettabilità” consentendo a Pechino “di approfittare di loro”.

Esibendo un mix di protezionismo e d’interventismo, lo showman ha pure messo in guardia contro le “false sirene della globalizzazione”. Lui non consentirà all’America di stringere accordi “che limitano la sua capacità di controllare i propri affari”, com’è avvenuto con la Nafta – l’intesa a tre con Canada e Messico – che “che ha svuotato i nostri Stati del manifatturiero”.

E se la diplomazia è importante e va perseguita, gli Usa di Trump invieranno truppe all’estero “quando assolutamente necessario” e quando ci sarà “un piano per una vittoria con la V maiuscola”. Sul fronte commerciale, “saremo pronti a dispiegare le nostre risorse economiche”, leva finanziaria e sanzioni comprese, “se gli altri non giocano secondo le regole”. L’obiettivo è “più pace nel mondo, perché ora c’è troppa distruzione”; ma gli interessi degli americani “verranno prima di tutto”.

Per rispondere alle accuse di mancanza di visione in politica estera e di una squadra di consiglieri adeguata, Trump s’è dotato di un team guidato dal senatore dell’Alabama Jef Sessions. Ne fanno parte, fra gli altri, l’esperto di antiterrorismo Walid Phares, il consulente per il settore dell’energia Carter Page, Joe Scmitz, che era al dipartimento della Difesa all’inizio del mandato di George W. Bush, e il generale Keith Kellogg, vicepresidente di una società di consulenza in tema d’intelligence (Caci International) con clienti in tutto il mondo.

Trump a scuola di politica estera da Kissinger

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Flavio Cattaneo

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