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Ora che l’incredibile s’è fatto realtà (secondo Vittorio Zucconi che se ne intende), ora che Donald Trump è il candidato repubblicano e può diventare presidente degli Stati Uniti, tutti si chiedono come è stato possibile. Chi segue Formiche.net sa bene che noi lo abbiamo sempre preso sul serio, ritenendo non solo possibile, ma probabile la sua vittoria. Non per il gusto (che c’è sempre) di navigare controvento, ma in base a una valutazione dei rapporti di forza dentro il Grand Old Party e soprattutto di una corrente profonda che attraversa gli Stati Uniti, l’Europa, l’intero Occidente. Di che si tratta?

Larry Summers, in un articolo sul Financial Times ha notato che nessuno dei candidati, democratici o repubblicani, radicali o moderati, ha mai citato il trattato di libero scambio tra Unione europea e Nord America. Nessuno ha mai pronunciato la parola globalizzazione se non per criticarla (o maledirla). Tutti hanno parlato della Cina con sfida o in termini critici (senza ricordare che esiste da mezzo secolo una corsia preferenziale tra Stati Uniti e Cina). Tutti considerano l’Europa un continente perduto. Ultimo, ma non per importanza, nessuno ha ricordato che l’economia americana ha impiegato due anni per riprendersi dalla grande crisi e sta crescendo da cinque anni di fila, la disoccupazione si è dimezzata (ora siamo al 5%, vicini al pieno impiego) e il reddito pro capite è cresciuto.

In una lunga conversazione con il New York Times pubblicata lo scorso fine settimana, Barack Obama si chiede perché mai questa semplice realtà non diventa senso comune e non riesce a darsi una spiegazione. Il presidente uscente ha ragione, è questo il punto e rispondere a questa domanda è la chiave per aprire la nuova fortezza del populismo di qua e di là dall’Atlantico.

Senza pretendere di scoprire l’acqua calda, mettiamo insieme alcuni dati di fatto. Il primo riguarda la globalizzazione. E’ stata la grande scommessa strategica americana dopo la fine del comunismo, ha prodotto grandi sconvolgimenti con risultati nel loro insieme positivi per i Paesi in via di sviluppo in Asia e in America latina, ma ha indotto una redistribuzione del reddito e del lavoro dai paesi ricchi ai Paesi poveri, dall’Occidente all’Oriente. Ha approfondito antiche contraddizioni (in Africa per esempio) e ne ha create di nuove in Europa e negli Stati Uniti.

I vinti, chi è rimasto fuori, chi non si è saputo adattare, chi non ha acchiappato, magari per la coda, il treno del progresso, ha creato un’onda di scontento, anzi di rifiuto, diventata via via il fenomeno politico dominante. Una “confusa rivolta contro il calculemus”, cioè la logica implacabile dell’economia, come sosteneva il filosofo liberale Isaiah Berlin nei primi anni ’90. “Jihad contro McWorld” scriveva già allora il politologo Benjamin Barber. Con la differenza che oggi il jihad si è materializzato davvero non solo dentro i paesi islamici, ma in Occidente.

Conseguenze sociali, geopolitiche e politiche tout court della globalizzazione, radicalismo islamico, terrorismo internazionale, tutto ciò ha creato una miscela esplosiva che genera un bisogno di protezione sotto ogni punto di vista. Protezione economica, cioè protezionismo. E qui il migliore alleato di Trump è il socialista François Hollande che non vuole il trattato euro-americano. Protezione militare. E qui ancora una volta l’Europa aggiunge frecce all’arco trumpiano per la sua incapacità di darsi una seria politica di difesa e sicurezza, con conseguente uso delle forze armate. Quando Trump dice che l’Europa deve spendere di più e imparare a difendersi dice una cosa che pensa la stessa Hillary Clinton, anche se lei lo esprime in modo più diplomatico. In questa domanda di protezione c’è una componente culturale che non va trascurata: la protezione dei valori. Anche in questo caso, prevale una visione difensiva, che porta a chiudersi nel proprio orticello con dibattiti che vanno dalla ridicola querelle sulla ricetta per la carbonara alla questione del velo o del crocifisso.

Questa confusa rivolta è stata trascurata e sottovalutata dalle correnti politico-culturali dominanti, ha trovato ospitalità nell’estrema destra (dopo un tentativo a sinistra da parte dei no global che ha avuto un seguito solo temporaneo) e alla fine è venuta alla luce trovando anche personaggi pronti a cavalcare la tigre. Dal lato opposto, invece, i globalisti, i razionalisti, i progressisti, si sono squagliati. Persino la Clinton, moglie dell’uomo che ha lanciato la terza globalizzazione (la prima, quella colonialista a egemonia britannica tra fine ‘800 e primi ‘900, la seconda è stata innescata dal piano Marshall) non ha speso una parola per difendere l’ultima grande frontiera del sogno americano. Quanto a Trump, la sua America first è abbastanza generica da comprendere tutto, ma non assomiglia certo alla rivincita egemonica di Ronald Reagan. Vedremo se adesso metterà a punto una politica estera degna di questo nome e una Trumpnomics che funzioni (ha detto molte cose alcune delle quali vanno prese sul serio, ma finora ha promesso tutto e il contrario di tutto, come si confà a un vero demagogo).

Il modo migliore per fermare l’onda dello scontento che mina alle radici il modello liberal-democratico e “mercatista” è da un lato affrontare seriamente i bisogni e i problemi dei perdenti (la storia dimostra che la credenza cieca nelle magnifiche sorti e progressive ha provocato sfracelli) e dall’altro sconfiggere il radicalismo islamico sul piano culturale, politico e militare. Vasto programma, avrebbe detto il generale de Gaulle. Certo sono obiettivi di lungo periodo. Fatto sta che nessun leader occidentale li ha messi al centro della propria azione. Ecco perché un Trump vincente non è affatto impensabile, così come non è impensabile che la destra populista scuota dalle fondamenta l’Europa così come è stata ricostruita nel secondo dopoguerra.

Si può rimediare? Forse sì, ma il tempo scorre rapidamente e la realtà sta sfuggendo di mano a quel che rimane delle classi dirigenti.

Stefano Cingolani

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