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Il sito specializzato Africa Intelligence definisce l’operazione militare Barkhane “un grande sforzo per scarsi risultati”: Barkhane è la missione di contro-terrorismo che la Francia ha impostato nel Sahel per contrastare i gruppi islamisti locali. L’area è letteralmente infestata da fazioni che mescolano le istanze radicali islamiche a traffici illegali di ogni genere, criminalità comune e rapimenti.

Le aree del Sahel sono zone di forte influenza francese, dove Parigi vuole veicolare interessi e presenza politico-diplomatica: un atteggiamento che cerca di espandere alla Libia, approfittando della crisi e dell’espansione della minaccia jihadista del Califfato. L’attività di Barkhane è iniziata ad agosto del 2014 e Parigi la considera un passaggio fondamentale per la lotta al terrorismo che ha colpito e potrebbe colpire nuovamente il paese. La Francia, per connessioni storiche, è particolarmente incline a subire flussi e penetrazioni anche delle istanze radicali dal centro e dal nord dell’Africa.

Mentre il governo francese sostiene di aver sostanzialmente ridimensionato la presenza locale di Ansar Dine, il gruppo filo-qaedista che ha cercato di prendere il controllo del Mali tre anni fa, negli ultimi quattro mesi sono state colpite da azioni terroristiche: Ouagadougou in Burkina Faso, Abijan in Costa d’Avorio, e Bamako in Mali, dove anche a fine marzo uomini armati hanno attaccato un altro hotel, che faceva da quartier generale ai militari della missione di addestramento/stabilizzazione promossa dall’UE (EUTM-MALI) e dove l’8 aprile l’ambasciata americana ha avvisato i propri cittadini sulla minaccia di attentati non più tardi.

Per alcuni generali francesi che hanno fornito testimonianze anonime ad Africa Intelligence, Parigi ha investito troppo poco nell’operazione, che si basa su una cooperazione intergovernativa tra i membri del G5 Sahel, ossia Burkina Faso, Niger, Mali, Ciad e Mauritania. Questo genere di critiche avevano accompagnato anche l’impegno francese in Siria e Iraq: il governo, dopo l’attentato multiplo del 13 novembre 2015, aveva da una parte chiesto l’aiuto di altri paesi partner, e dall’altra annunciato di incrementare il proprio impegno militare contro il terrorismo. A distanza di mesi, le operazioni francesi sono comunque limitate, e il peso delle attività anti-IS è tutt’ora concentrato quasi esclusivamente sugli Stati Uniti (anche i raid inglesi erano stati considerati “non influenti” da un’analisi uscita tre mesi fa).

Il problema, secondo la rivista specialistica, è che la missione francese è “a corto di mezzi”: gli elicotteri si starebbero usurando per via delle condizioni ambientali del deserto e i soldati che coprono l’area sarebbero comunque pochi (attualmente sono oltre tremila). Inoltre, la campagna di bombardamento aereo che in precedenza si era concentrata nell’area si è dovuta necessariamente spostare verso la Siria e l’Iraq contro le postazioni dello Stato islamico, e ora veicolata verso la Libia – che sta sottraendo grosse risorse –. E dunque la copertura aerea è affidata (oltre che agli aerei cargo Transall C160) soltanto ai velivoli senza pilota Harfang e Reaper (tre per ora, sei entro la fine dell’anno).

A questo si sommano anche piccole tensioni diplomatiche con i governi locali. A causa del coinvolgimento del GIGN, l’unità d’élite della Gendarmeria francese che viene utilizzata nell’area e che é stata inviata anche per dare sostegno alla polizia maliana durante l’attacco al Raddisson di Bamako, in un conflitto a fuoco contro un sospettato che poi s’è rivelato innocente, il governo del Ciad ha costretto i francesi a non portare armi a N’Djamena. E così le guardie del corpo del generale Patrick Brethous, che comanda la missione Barkhane, sono costrette a girare per la capitale ciadiana disarmati.

 

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