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Dopo le fissazioni sul nucleare e sull’olio di palma, gli ambientalisti sembrano essere tormentati da un’altra ossessione: l’invasione delle trivelle, tema tecnico e poco conosciuto. Il 17 aprile gli italiani sono chiamati a votare sulla vita delle trivelle entro le 12 miglia: non si parla di nuove perforazioni, né di vietare quelle oltre le 12 miglia e neppure di proteggere un mare inquinato.

Ecco le principali risposte dei geologi alle teorie dei No Triv

L’AMBIENTE

Paura di incidenti? “Giacimenti di petrolio in pressione, in Italia, non ne abbiamo, se accadesse la stessa eccezionale sequenza di errori umani accaduti nel Golfo del Messico, l’acqua del mare invaderebbe il pozzo, non il contrario”, si legge sul sito della società geologica italiana, nella sezione di Geologia degli idrocarburi, quindi un disastro ambientale tipo quello del 2010 “sarebbe impossibile”.

Paura per i pesci? “La pesca attorno alle piattaforme dell’Emilia Romagna – afferma Rosa Filippini della direzione nazionale degli Amici della Terra – copre il 30% del pesce venduto nel ravennate. Ci sono controlli giornalieri da parte delle asl; se ci fosse stato anche solo il minimo inquinamento, si sarebbe chiuso tutto”.

Paura di riversamenti in mare? Sempre sul sito di Sgi, si trovano spiegazioni che rassicurano: “Se è vero che in passato le piattaforme petrolifere sversavano di tutto a mare, è ancor vero che oggi non si può più fare, esistono i controlli, severissimi, del Ministero dell’Ambiente. Le piattaforme moderne sono a rilascio zero, inquinano molto meno delle automobili che scorrono lungo le strade costiere e difficilmente gli automobilisti si accorgerebbero della loro esistenza. I detriti delle perforazioni vengono raccolti e inviati nei centri per lo smaltimento. Non c’è nessuna contaminazione con l’esterno”.

Di seguito una locandina diffusa nel 2014 a sostegno del tour “Giù le mani da terra e mare“, promosso dal M5S contro la coltivazione di idrocarburi. I pentastellati motivavano la loro posizione affermando che “le trivellazioni avrebbero effetti catastrofici sulla flora e sulla fauna marina causati dall’estrema invasività delle fasi di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, a partire dalla ormai famigerata tecnica dell’Air Gun” e cioè del fracking, “ma – si legge sul sito di Sgi – sappiate che in Italia è vietato e poi non abbiamo la possibilità: non si sono formati giacimenti sfruttabili con quelle tecnologie, quindi non abbiamo shale gas e non possiamo effettuare fracking“.

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IL VERO GREEN

Aiuto, con le trivellazioni si continuano a favorire le compagnie petrolifere e si sfavorisce l’ambiente. “Dagli anni ’70 ci sono stati 27 disastri petroliferi, tutti causati da petroliere – ha osservato Pierluigi Vecchia, membro del consiglio direttivo della società geologica italiana  –. Se vince il Sì aumenterà il traffico delle petroliere e quindi dei rischi ambientali”.

NUOVI POZZI?

“Non si perforano pozzi in Adriatico dal 2008 – ha affermato il geologo Vecchia nel corso di una recente intervista radio – e questo referendum non ne autorizza la costruzione di nuovi, ma chiede: vogliamo che, entro 22-23 km dalla linea di costa, le infrastrutture di produzioni già esistenti di gas naturale, cioè la quasi totalità, e di petrolio, che sono solo 3, debbano essere smantellate alla scadenza delle attuali concessioni governative? – e poi chiosa – andremo a smantellare anche se esiste ancora, nel sottosuolo, la risorsa da produrre. In pratica noi italiani verremmo buggerati due volte: la prima perché c’è una risorsa che sta lì e non viene usata e la seconda perché finiremmo per esportare eccellenza e importare il prodotto di quella eccellenza, perché gli italiani, nel capo estrattivo petrolifero, sono leader”.

Di seguito una cartina dei principali pozzi estrattivi, in mare e in terra.

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Petrolio

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