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Il più chiaro è Giacomo Portas, leader dei Moderati (piccola formazione ma con il 10% a Torino) deputato eletto nel Pd: “Se passa il sì al referendum sulle trivelle perdiamo 11 mila posti di lavoro e il 3% del fabbisogno nazionale di gas e petrolio, dopo aver buttato via 300 milioni solo per fare la consultazione. Una cosa stupida”. Quindi, lui alle urne andrà e voterà “un sonoro no”.  Per il presidente dei Moderati (unico partito a detenere questo simbolo) “il resto sono tutte chiacchiere e manovrette politiche”. Come accade per ogni referendum, è  proprio però dalla politica, più che dalla sostanza del quesito, che è caricato il voto del 17 aprile, quando l’Italia è chiamata a dire sì o no al proseguimento delle trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa. Il referendum avanza nel Palazzo della politica in modo abbastanza silenzioso, quasi fosse un inciampo. E se se ne parla sia da parte della minoranza del Pd sia in ambienti del centrodestra è per capire quanto male si potrà fare a Matteo Renzi e al suo governo schierato per l’astensione. Una scelta questa per non far ottenere il quorum alla consultazione perché se lo ottenesse diventerebbe possibile una vittoria dei no-Triv. Sia nell’opposizione dem anti-renziana  che in settori consistenti del centrodestra, a cominciare dalla Lega Nord, apertamente schierata per il sì,  la tentazione evidente è quella di fare della consultazione una prova tecnica di referendum contro il premier in vista di quello di Ottobre sulle riforme costituzionali. Appuntamento del quale Renzi ha fatto la madre di tutte le battaglie. Se Pier Luigi Bersani ha annunciato, disobbedendo platealmente al premier e suo segretario di partito, a l’Huffington Post che lui a votare ci andrà eccome, salvo però astenersi dal dire come voterà, dentro Forza Italia per ora è intervenuto a favore del sì, parlando con Panorama solo Giovanni Toti, governatore ligure. Ma il suo suona più come un sì di stampo lega-forzista. In Liguria, una delle 9 Regioni promotrici del referendum, un peso decisivo lo ha la Lega Nord, fondamentale per la vittoria di Toti.  Anche il Veneto, guidato dal leghista Luca Zaia, è tra i promotori della consultazione.

Ma in ambienti vicini a Silvio Berlusconi si fa notare a Formiche.net che “questo referendum non è davvero una genialata”.   C’è però anche chi tra gli azzurri già prevede: “Alla fine saremo per il sì. Ma sarà un sì politico, di facciata, contro Renzi. Per ora la parola d’ordine è il silenzio. Insomma, meno se ne parla è meglio è. Un po’ perché è un po’ difficile per un partito guidato da un grande imprenditore schierarsi in battaglie egemonizzate dall’ambientalismo radicale. E poi perché al dunque anche nella maggioranza dei parlamentari forzisti la speranza sembra oggettivamente la stessa del premier: il non raggiungimento del quorum. Un esponente di Fratelli d’Italia si dice anzi già sicuro che “tanto ci andrà solo il 20% degli italiani, questa cosa non interessa a nessuno…”. Ma, sottolinea, “non faccio dichiarazioni perché Giorgia (Meloni ndr) è candidata a Roma”.  Ufficialmente, seppur finora non in modo molto ostentato, Fd’I è sulla stessa posizione no-Triv di Matteo Salvini.

Ma il cuore dello scontro politico è tutto nel Pd e il centrodestra, che va in ordine sparso anche stavolta, spera che l’attenzione tutta lì resti concentrata. È l’Emilia Romagna, la Regione che conta il maggior numero di trivellazioni, l’epicentro della battaglia. Non a caso il governatore renziano Stefano Bonaccini, schierato con il governo, avverte: “Si rischiano migliaia e migliaia di posti di lavoro”. Ecco perché l’uscita di Bersani, che proprio dall’Emilia proviene, è suonata come un doppio schiaffo. In modo sibillino l’ex segretario del Pd si è astenuto dal dire se voterà sì o no. “Ma anche se dovesse votare no è come se avesse già votato sì. Perché di fatto il suo è un gesto a favore del referendum, di cui lui ha già decretato il perdente: il Pd…Ma se noi avessimo detto che bisognava votare sì, lui magari avrebbe detto che bisognava astenersi o votare no…”, spiega a Formiche.net, un parlamentare dem di rango, molto vicino al premier. La stessa fonte fa anche notare: “E in tutto questo l’ex presidente dell’Emilia, Vasco Errani resta in silenzio. Eppure lui è anche di Ravenna dove si concentra la maggioranza delle attività…”.

Ma è davvero un gesto antidemocratico la scelta dell’astensione? L’imprenditore e deputato del Pd, Matteo Colaninno rivendica: “Anche questo è un  diritto. Se vincono i sì ci saranno pesanti ricadute negli investimenti e nei posti di lavoro”.  Lo stesso lo pensa il deputato della verdiniana Ala, Giovanni Mottola, già direttore de Il Tempo e vicedirettore de Il Giornale, Il Mattino e Il Messaggero: “La cosa più assurda è che il capofila dei no-Triv è il governatore pugliese Michele Emiliano, quando la Puglia è una delle Regioni meno interessata dalle trivellazioni, così come lo è la Liguria… Ma quelle di Emiliano appaiono come ragioni tutte interne allo scontro del Pd. Il punto è che dei problemi veri del Paese non interessa a nessuno…”. Lui a votare non andrà. Denis Verdini, anche dopo che un gruppo siciliano dei suoi si è schierato per il sì, ha dato libertà di coscienza. A votare non andrà  neppure Sergio Pizzolante, vicecapogruppo alla Camera del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Da ex socialista craxiano lancia una provocazione contro un luogo comune ormai della politica italiana: “Se gli elettori avessero dato retta a Craxi e fossero andati al mare nel referendum del 1991 (sulle preferenze multiple ndr) magari ci sarebbe oggi un’Italia migliore, perché come i fatti dimostrano la posta in gioco di quel referendum non era una mera legge elettorale, ma la liquidazione di Craxi e di un’intera classe politica…”.  Persino nel Pd (area ex Pci-Pds-Ds) tra gli esponenti della stessa minoranza anti-renziana le preferenze  vennero poi rivalutate.

Matteo Colaninno

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