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Non conquistano i titoli dei giornaloni perché non accusano il Governo di essere al soldo dei petrolieri, non ricorrono agli slogan da campagna elettorale e non parlano (a sproposito) di trivelle, termine tanto estraneo alla materia del contendere quanto efficace dal punto di vista mediatico per chi sposa la causa referendaria. Eppure di geologi contrari o comunque critici rispetto alla consultazione popolare del 17 aprile ce ne sono eccome.

IL POST VIRALE DELLA GEOLOGA PALERMITANA

Il fenomeno virale più eclatante degli ultimi giorni è stato quello di Michela Costa. Trentadue anni, geologa palermitana con alle spalle un dottorato in Vulcanologia all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e un master in Ambiente, qualche giorno fa in un intervento su Facebook ha messo nero su bianco le ragioni della sua astensione (qui il suo intervento) senza immaginare quale reazione si sarebbe scatenata: quasi 20mila condivisioni al suo post, oltre 4.500 mi piace, migliaia di messaggi pro o contro la sua tesi. “Non voleva essere un post tecnico (non ho le competenze, e non ho mai detto di averle, esistono i geologi del petrolio per quello) e non voleva essere un post politico (non sono schierata con nessun partito)” ha precisato la diretta interessata, rispondendo per le rime anche a chi l’ha insultata. “Chi crede che io sia pagata da qualcuno, che lavori nel mondo del petrolio o che faccia parte di qualche testata giornalistica di parte, si sbaglia – ha aggiunto -. Sono un geologo di Palermo, con un dottorato in vulcanologia e un master in ambiente. Ho la passione per la scrittura, non ho mai ricevuto un euro per un articolo e attualmente, come molti miei colleghi e coetanei, sono ancora alla ricerca di un lavoro”.

LA VOCE INFORMATA DI PIERLUIGI VECCHIA

“Ogni anno la produzione domestica di gas e petrolio fa risparmiare 5 miliardi. Per importare energia ne spendiamo 55, ogni italiano paga 900 euro l’anno. Siamo sicuri che se chiudiamo queste piattaforme siamo in grado di cambiare l’interruttore? Perché certo non lo possiamo spegnere”. A parlare così in un’intervista a Metro è Pierluigi Vecchia, geologo che da 20 anni lavora nel settore oil&gas sia in Italia che all’estero, membro della Commissione Energia dell’Ordine dei Geologi del Lazio e del consiglio direttivo della Società Geologica Italiana. Insomma, uno che la materia del contendere la conosce bene e proprio per questo in una conversazione con la rivista BioEcoGeo ha fatto notare che in oltre un secolo e mezzo di attività nell’oil&gas e 7mila pozzi perforati, in Italia “si è verificato un solo incidente rilevante con inquinamento ambientale, al pozzo Trecate 14 nel 1991. Dopo 3 anni sono finiti i lavori di bonifica e il territorio ha recuperato interamente la sua vocazione agricola. Altro elemento interessante”. Inoltre, “secondo l’Inail il comparto Energia è quello che riporta il minor numero di incidenti sul lavoro fra tutti i comparti lavorativi”.

SCENDONO IN CAMPO GLI ORDINI REGIONALI

Il Consiglio Nazionale dei Geologi non ha preso una posizione ufficiale in merito al referendum; tuttavia alcuni presidenti di Ordini regionali non si sono tirati indietro e hanno fatto sentire la loro voce critica. È il caso innanzitutto di Roberto Troncarelli, presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio, che in un lungo e articolato intervento ha dichiarato di ritenere “molto più convincenti e meno ‘fantasiose’ le motivazioni per il ‘No’”, bollando il referendum come “un atto politico” ritenuto uno “strumento sbagliato per spingere il Governo ad incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili”.
Dubbi sulla consultazione popolare sono stati espressi anche da Maria Teresa Fagioli, presidente dell’Ordine dei Geologi della Toscana. “L’impatto ambientale si crea nel momento in cui si perfora per estrarre petrolio, gas o idrocarburi in genere, non quando si frutta un giacimento – ha spiegato in un’intervista all’Adnkronos, descrivendo il referendum come “riduttivo” perché “se si chiude un pozzo a metà del suo sfruttamento, il rischio di impatto ambientale diventa molto elevato”. “Il problema ambientale delle trivellazioni esiste – ha precisato – , ma quando si interviene sul territorio o in mare non c’è mai l’impatto zero, quindi il problema non è limitabile alle trivelle ma è lo sfruttamento della terra che va visto in maniera globale”.

LE RASSICURAZIONI DEL CNR

Agli albori della discussione referendaria, anche dal Cnr era arrivata una presa di posizione per bocca di Paolo Messina, direttore dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche, che il 20 settembre 2015 aveva spiegato come “la ricerca del petrolio e del gas e l’estrazione non sono pericolose se vengono rispettate scrupolosamente norme, regole e tutte le disposizioni di legge in merito”.. “L’incidente può sempre accadere – ha aggiunto – ma, se tutto viene condotto nel rispetto delle regole, non ci sono pericoli per l’ambiente o per le persone. Si tratta di estrarre, di portare in superficie qualcosa che è contenuto nelle rocce e le stesse società petrolifere non hanno alcun interesse a far disperdere il prodotto da vendere in mare, né hanno alcun interesse a danneggiare l’ambiente: sarebbe un danno di immagine notevole anche per loro e non avrebbero più concessioni”.

Referendum, ecco come i geologi trivellano i No Triv

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