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Non un comitato per il No, ma un comitato Contro il referendum, per “sfatare, dati alla mano, tutte le bugie di chi nella Penisola si oppone strumentalmente allo sfruttamento delle risorse energetiche del Paese”. È Ottimisti e razionali, il comitato costituito da poco a Roma per essere una voce alternativa nel referendum abrogativo che del 17 aprile con cui gli italiani saranno chiamati a scegliere se non prorogare, una volta terminate, le concessioni per la coltivazione di idrocarburi in mare entro le 12 miglia marine.

A presiedere il comitato è Gianfranco Borghini, già parlamentare del Pci prima e del Pds poi, che in una conversazione con Formiche.net spiega ragioni, tappe e nomi dell’iniziativa e replica alle osservazioni di Regioni e movimenti No Triv.

Borghini, perché nasce questo comitato?

Il comitato Ottimisti e razionali si è costituito per contrastare un’iniziativa che noi consideriamo sbagliata e strumentale.

Perché la definisce così?

Perché non nasce da una raccolta di firme popolari né da particolari circostanze, ma da alcune regioni che vogliono condizionare gli orientamenti del governo in vista della riforma costituzionale che riporterebbe in capo all’esecutivo la politica energetica e su altre questioni sensibili, cosa che io considero giusta. Gli esempi di come il livello locale blocchi spesso iniziative di interesse nazionale sono moltissimi e non riguardano solo l’oil&gas: basti vedere quel che accade in Sicilia con l’impianto satellitare Muos.

Il quesito però riguarda proprio e soltanto gli idrocarburi. La giornalista Simona Bonfante ha chiesto su Facebook: “Ma quali sono gli argomenti a favore delle trivelle a parte il generico no a chi dice no? A me sfugge l’opportunità economica. Mi pare che i giacimenti siano limitati, cioè non è acquisiremmo l’autonomia energetica con due schizzi di gas – ma forse sono mal informata”. Come replica a queste osservazioni?

Partiamo col dire che non si tratta di un referendum sulle trivelle. Questo è ciò che fanno credere i No Triv. In verità il quesito è mal posto e chiede in sostanza se, nel momento in cui le concessioni marine esistenti scadranno, i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa debbano fermarsi anche se sotto ci sono ancora risorse da sfruttare. Non parliamo, dunque, di trivellare, ma di non disperdere una risorsa che già si sta sfruttando. Ovviamente, se il referendum passasse, chi oggi investe o ha intenzione di farlo scapperebbe a gambe levate. E qualcuno lo ha già fatto in via preventiva.
Per quanto concerne invece l’autonomia energetica è vero, non potremmo certo diventare autosufficienti. Ma la nostra autonomia  e sicurezza aumenterebbero di certo – meglio di poco che di nulla -, e va considerato anche che una filiera corta produrrebbe vantaggi in bolletta. Senza contare poi i riverberi in termini di investimenti e occupazione, che già oggi sono importanti. Non lo dico io, ma i numeri.

Quali numeri?

Nel 2015, la produzione nazionale ha consentito di coprire il 9,1% dei consumi totali di petrolio in Italia e il 10,2% di quelli di gas con 11,1 milioni di tonnellate equivalenti tra olio e gas. Evitando il transito nei nostri mari di circa 85 super petroliere l’anno. Quasi 2 alla settimana. Circa 32mila lavoratori impiegati nel 2013 in progetti italiani suddivisi tra lavoratori diretti e indiretti e personale dell’indotto. Negli ultimi 30 anni, grazie alla produzione nazionale abbiamo evitato il transito nei nostri mari di una superpetroliera al giorno. Infine più di 1,5 miliardi di euro l’anno per investimenti in progetti e in Ricerca e Sviluppo. Mi limito a questi, ma l’elenco è ancora lungo.

Come risponde, invece, alle preoccupazioni dei movimenti ambientalisti?

Le porto un esempio concreto. Ravenna, che è forse la città che con il suo circondario gode maggiormente in Italia dei ritorni industriali del settore, è anche una frequentata meta turistica. Come vede le cose non sono in contraddizione, anzi. Senza contare che il traffico di petroliere che oggi arrivano da lontano nei nostri mari si ridurrebbe drasticamente, con benefici e non danni all’ambiente.

Quali sono i vostri prossimi passi?

Abbiamo appena costituito formalmente il comitato. Credo che a breve riceveremo adesioni da singoli cittadini, politici e movimenti che credono in una battaglia di civiltà.

Il professor Alberto Clò ha definito il referendum “un’occasione sprecata, perché come nei casi del nucleare del 1987 e del 2011 o in quello associato sull’acqua, gli elettori sono chiamati a esprimersi senza che sia fornita loro una ben che minima e corretta informazione”.

Concordo. Infatti uno dei nostri obiettivi sarà di far in modo che il racconto dei mass media – e in particolare del servizio pubblico – non sia a senso unico, ma ci consenta di spiegare in modo pacato e razionale le nostre ragioni, che a differenza di altre si basano solo sul buon senso e l’evidenza scientifica.

Chi ha aderito finora all’iniziativa?

L’elenco è già nutrito e conta rappresentanti del mondo dell’impresa, dell’associazionismo e dei media: Chicco Testa, presidente di Assoelettrica; Umberto Minopoli, presidente di Ansaldo Nucleare; il consigliere regionale Pd dell’Emilia Romagna Gianni Bessi (qui i suoi interventi su Formiche.net); Alessandro Beulcke, presidente di Aris, l’organizzazione che gestisce il Nimby Forum e il Festival dell’Energia; Rosa Filippini (direzione nazionale dell’associazione Amici della Terra); Corrado Ocone, filosofo, scrittore e responsabile attività web ed editoriali per l’Università Luiss Guido Carli di Roma; Ernesto Auci fondatore di Firstonline; Piercamillo Falasca, direttore editoriale di Strade; l’editorialista Stefano Cingolani (firma del Foglio e di Formiche.net) e il giornalista di Panorama Carlo Puca. Altri se ne stanno aggiungendo, in particolare dal mondo accademico e ne daremo presto notizia.

Regioni e No Triv sbagliano sul referendum. Parla Borghini

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